La crisi della medicina di prossimità in Italia non è più una questione teorica, ma una realtà concreta che grava sulle spalle di pazienti e operatori sanitari. Secondo i dati della Fondazione Gimbe aggiornati a metà marzo 2026, il Paese ha registrato l'uscita di 5.197 medici di medicina generale tra il 2019 e il 2024, con ulteriori 5.700 posizioni rimaste scoperte. Questi numeri non raccontano soltanto una questione di posti vacanti, ma descrivono il progressivo sgretolamento di quella che dovrebbe essere la porta d'accesso principale al Servizio sanitario nazionale.

Il problema assume contorni ancora più preoccupanti quando si considera il contesto demografico. Nel 2025 gli italiani con più di 65 anni hanno superato i 14,6 milioni, e oltre la metà di loro convive con malattie croniche multiple. I medici rimasti in servizio si trovano quindi a gestire una complessità assistenziale completamente diversa rispetto a quella degli anni Novanta, quando furono fissati i parametri attuali. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, spiega che i massimali di 1.500 pazienti per medico, ritenuti appropriati decenni fa, si sono trasformati in un'illusione: riducono il tempo a disposizione per ogni paziente, aumentano lo stress professionale e compromettono tanto l'accessibilità quanto la qualità delle cure.

La risposta governativa finora si limita a interventi di facciata. L'aumento dei massimali a 1.550 o addirittura 1.800 pazienti per medico rappresenta un artificio contabile piuttosto che una vera riforma. In Lombardia, ad esempio, la media è già attestata a 1.533 assistiti per medico, ben sopra la soglia ottimale di 1.200 necessaria per garantire i Livelli essenziali di assistenza. Elevare ulteriormente queste soglie non risolve il problema: consente semplicemente alle autorità di evitare di dichiarare ufficialmente le "zone carenti" e di negare ai cittadini il diritto fondamentale ad avere un medico di riferimento accessibile.

La geografia della crisi mostra come il fenomeno non sia più circoscritto alle aree periferiche. La Lombardia guida la lista negativa con 1.161 pensionamenti previsti, seguita dalla Campania (840), dalla Sicilia (758), dal Veneto (746) e dal Piemonte (655). Sono numeri che colpiranno duramente non solo le piccole comunità rurali, ma anche i grandi centri urbani del Nord e del Sud, dove il rapporto medico-paziente è già ai limiti della sostenibilità.

Il meccanismo perverso è ormai noto agli esperti: ogni debolezza della medicina territoriale si riversa automaticamente negli ospedali, trasformandoli in valvole di sfogo per tutto ciò che il territorio non riesce più a gestire. Per invertire questa rotta sarebbe necessario un investimento strutturale nel sistema di prossimità, ma le misure attuali procedono nella direzione opposta, illudendo di risolvere con trucchi amministrativi quello che è in realtà un problema politico e organizzativo profondo.