La consultazione referendaria sulla riforma della giustizia ha prodotto un risultato netto e geograficamente distribuito, secondo l'analisi di Lorenzo Pregliasco, direttore di YouTrend. Il No ha prevalso con un carattere composito, vincendo non soltanto nelle tradizionali regioni di sinistra, ma anche nel Mezzogiorno, nel Lazio e in Piemonte. Le sole zone dove il Sì ha mantenuto un consenso significativo sono state il Lombardia e il Veneto, trasformandosi così in un verdetto largamente trasversale che supera le tradizionali divisioni politiche.
Tuttavia, l'esperto mette in guardia il campo progressista dall'interpretare il risultato come un'acquisizione definitiva. I quattordici milioni di voti contrari alla riforma contengono al loro interno una componente eterogenea di elettori che fino a ieri non si sentivano rappresentati dall'offerta politica esistente. Questo bacino di voti, avverte Pregliasco, rischia di disperdersi: alle prossime elezioni politiche potrebbe ritornare all'astensionismo, non manifestando automaticamente una fedeltà ideologica alla coalizione progressista.
L'analisi dei dati rivela dinamiche interessanti sul comportamento elettorale. Circa il dieci per cento dell'elettorato, astenuto dalle recenti elezioni europee, si è mobilitato specificatamente per il referendum: il sessantacinque per cento di questo segmento ha votato contro la riforma, mentre il trentacinque per cento l'ha sostenuta. Benché non decisivo da solo, questo movimento ha indubbiamente rafforzato il fronte del No. Si tratta prevalentemente di cittadini che hanno inteso esprimere un giudizio di disapprovazione verso l'esecutivo e una preferenza per l'indipendenza della magistratura.
Riguardo alle previsioni che oscillavano nei giorni precedenti il voto, Pregliasco ricorda come YouTrend avesse già segnalato una prevalenza dei contrari. L'elevata partecipazione, attestatasi poco sotto il cinquantanove per cento su scala nazionale, aveva generato incertezza negli ultimi sondaggi. Sebbene rappresenti un dato molto significativo, tale affluenza non rappresenta un'anomalia rispetto ai precedenti referendari.
Secondo il sondaggista, il trionfo del No poggia su fondamenta plurime. Innanzitutto, agisce la volontà diffusa di preservare l'assetto costituzionale, un motivo ricorrente nella maggior parte dei referendum confermatori, con le eccezioni notevoli della riduzione dei parlamentari e della riforma del Titolo V. Accanto a questa dimensione istituzionale convivono due ulteriori registri di protesta: da un lato, la preoccupazione dell'elettorato moderato circa una possibile concentrazione eccessiva di poteri nell'esecutivo derivante dalla separazione delle carriere; dall'altro, un voto di scontento che colpisce il governo indipendentemente dai contenuti tecnici della riforma.
L'esito finale rappresenta il frutto di una coalizione d'opposizioni che si è mantenuta compatta e ha profuso ingenti risorse nella campagna referendaria. La struttura dei voti mostra una resistenza maggiore del fronte contrario rispetto agli schieramenti favorevoli, i quali hanno invece accusato defezioni più significative. Questo assetto ha premiato chi ha saputo mobilitare consensi eteronimi attorno a una resistenza condivisa, consolidando un blocco che temporaneamente ha superato le fratture tradizionali della politica italiana.