Il governo guidato da Giorgia Meloni si trova in una situazione critica dopo il verdetto del referendum sulla riforma della giustizia. Mentre la maggioranza ha mantenuto il massimo riserbo, è stata solo la premier a rilasciare dichiarazioni pubbliche, meritandosi un riconoscimento di coraggio. Tuttavia, questo non è sufficiente a risolvere i problemi strutturali che si sono venuti a creare. Secondo gli analisti, l'esecutivo non è ancora giunto al tramonto, ma necessita di interventi significativi per riprendere vigore e credibilità.
La partecipazione al voto ha raggiunto quasi il 60%, registrando un aumento di dieci punti percentuali rispetto a consultazioni precedenti. Questo dato testimonia quanto il tema della giustizia sia centrale nelle preoccupazioni degli italiani. Ancora più rilevante è il fatto che importanti figure dell'area progressista avessero appoggiato la riforma: ciò dimostra come il problema del potere giudiziario sia effettivamente sentito in tutta la società, non solo nella coalizione di governo. Proprio qui risiede il nodo cruciale: una riforma costituzionale non può essere imposta attraverso manovre procedurali, ma richiede il consenso più ampio possibile.
Il precedente tentato da Matteo Renzi dieci anni fa e quello odierno di Meloni insegnano una lezione univoca: modificare la Costituzione non è una questione di forza numerica, ma di dialogo costruttivo. Tra i componenti del governo, solo il ministro della Difesa Guido Crosetto sembra possedere la capacità di fare da ponte verso personalità esterne all'ambito governativo. La premier, invece, continua ad adottare il linguaggio dell'opposizione, addossando costantemente responsabilità agli avversari, un approccio incompatibile con il ruolo di chi governa il paese.
Meloni possiede ancora gli strumenti per cambiare rotta, ma il tempo lavora contro di lei. Una soluzione possibile è consultarsi con il Capo dello Stato Sergio Mattarella e procedere con un significativo rimpasto ministeriale. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio e i sottosegretari che hanno coordinato la riforma bocciata costituiscono il primo obiettivo di questa eventuale riorganizzazione. Anche altri incarichi, incluso quello della responsabile del Turismo, potrebbero essere oggetto di valutazione. Il messaggio politico sarebbe chiaro: il governo non si rassegna, ma reagisce con azioni concrete.
Se Meloni decidesse di mantenere l'atteggiamento attuale, rischia di subire un logoramento quotidiano che porterebbe al declino della sua amministrazione. Diversamente, il passaggio all'offensiva attraverso scelte decisionali audaci potrebbe rappresentare la strada per recuperare fiducia presso l'opinione pubblica. La palla è ancora nelle sue mani, ma la finestra temporale per agire si sta restringendo. La scelta è tra governare con determinazione oppure gestire una lenta agonia.