La Commissione europea ha deciso di rimandare sine die la presentazione della proposta volta a cancellare completamente le importazioni di petrolio russo dal territorio comunitario. L'annuncio emerge dall'ordine del giorno ufficiale dell'esecutivo Ue diffuso oggi, documento ancora soggetto a potenziali modifiche. Il dossier era originariamente previsto per il 15 aprile, ma ora rimane in sospeso.

Al momento, soltanto due Stati membri continuano a importare greggio da Mosca: l'Ungheria e la Slovacchia, che beneficiano di una deroga specifica inclusa nel sesto pacchetto sanzionatorio europeo. Questo petrolio rappresenta circa il 3% della domanda energetica dell'intera Unione, dato calcolato prima dei danni inflitti all'oleodotto Druzhba, il principale collegamento per il trasporto verso l'Europa.

Il rinvio non è casuale e riflette il convergere di molteplici fattori critici sullo scacchiere internazionale. Le recenti escalation nel Medio Oriente hanno riacceso l'attenzione sulle questioni energetiche a livello globale, complicando ulteriormente le negoziazioni interne europee. Ma il vero ostacolo proviene da Viktor Orban, il premier ungherese che ha intrapreso un braccio di ferro diretto con Bruxelles in vista delle elezioni nazionali del 12 aprile.

Orban ha infatti bloccato il versamento di 90 miliardi di euro di fondi Ue destinati all'Ucraina, utilizzando questo prestito come leva per negoziare il ripristino del transito di petrolio russo attraverso il territorio ucraino. Una mossa che crea tensioni significative in seno all'alleanza comunitaria e che inevitabilmente influenza anche il dossier relativo allo stop alle importazioni energetiche russe. La situazione rimane in bilico, in attesa di sviluppi politici che potrebbero ridisegnare gli equilibri europei nei prossimi giorni.