La doppia sconfitta referendaria del 22 e 23 marzo non segna la fine delle ambizioni riformiste del governo. Anzi. A sostenerlo è Alessandro Sterpa, costituzionalista e docente di diritto pubblico presso l'Università della Tuscia, che invita a non cadere nel tranello dell'interpretazione catastrofista dei risultati. Secondo l'esperto, interrompere ora il percorso di revisione costituzionale rappresenterebbe un errore strategico e politico di ampia portata. La retorica secondo cui "la Costituzione non si tocca" ha definitivamente esaurito la sua capacità di bloccare il dibattito pubblico.

Sterpa smonta la narrazione secondo cui i referendum segnerebbero un turning point invalicabile per future modifiche costituzionali. I numeri, infatti, raccontano una storia diversa: oltre 13 milioni di cittadini hanno comunque votato a favore delle proposte emendative, un dato tutt'altro che irrilevante. Inoltre, durante le consultazioni sulla riforma della giustizia, il terzo polo (attestatosi intorno all'8% alle elezioni politiche) si è diviso tra favorevoli e astenuti, delineando uno scenario più sfumato di quanto i media mainstream abbiano rappresentato. Il messaggio è chiaro: il paese non ha detto un "no" categorico, bensì ha espresso una pluralità di posizioni.

La storia costituzionale italiana offre presedenti illuminanti. Nel 2001 il centrosinistra portò avanti una massiccia revisione con soli tre voti di vantaggio al Senato nell'ultimo giorno della legislatura, mosso da obiettivi principalmente elettorali e dalla volontà di impedire alleanze avversarie. Nel 2005-2006 la maggioranza di centrodestra procedette indipendentemente con le sue riforme, così come Matteo Renzi nel 2016. Quando il Parlamento ha invece raggiunto i leggendari due terzi dei voti? Quando gli oggetti della revisione erano banali o inevitabili: l'inserimento dello sport o delle isole nella Carta costituzionale, oppure il pareggio di bilancio durante la crisi finanziaria del 2011.

Il nodo centrale, secondo Sterpa, risiede nel fraintendimento concettuale che circonda il dibattito sulle riforme. Molti intellettuali trattano ogni revisione costituzionale come se il paese si trovasse nuovamente in Assemblea costituente, mentre la realtà è profondamente diversa. L'Italia non emerge da una guerra o dal fascismo: ha ormai decenni di democrazia liberale alle spalle, e su questioni relative all'assetto degli organi di governo è naturale che emerga il pluralismo. Non è un difetto del sistema, ma una sua caratteristica salutare.

Secondo il costituzionalista, il vero principio che dovrebbe guidare la politica è quello per cui il "potere costituito" gestisce il possibile senza trasformarsi in "potere costituente". Si tratta dell'ABC del costituzionalismo moderno, una lezione che diversi studiosi sembra abbiano dimenticato, preferendo assecondare le linee dei rispettivi referenti politici anziché mantenere una rigorosa analisi delle forme e dei tempi attraverso cui le revisioni procedono. La stagione delle riforme non si chiude: cambia semmai di direzione e di metodo.