La morte di Paolo Cirino Pomicino rappresenta la perdita di una figura che incarnava i valori fondanti della Democrazia Cristiana nella Prima Repubblica italiana. A sottolinearlo è Stefano Andreotti, già dirigente della Siemens e figlio del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che ha scelto di rendere pubblico il suo ricordo di una personalità politica rimasta fedele ai principi democristiani fino agli ultimi giorni della sua vita. Con questa scomparsa, chiude definitivamente un capitolo della storia politica italiana contrassegnato da un particolare stile di governo e di relazione tra gli avversari.

Nella conversazione con i nostri colleghi, Andreotti ripercorre i momenti più significativi della conoscenza con Pomicino. I rapporti più intensi si svilupparono negli ultimi anni di vita di suo padre, quando il ministro divenne una presenza costante negli ambienti frequentati dalla famiglia. L'ultimo incontro risale al gennaio 2026, quando Pomicino intervenne come oratore alla presentazione presso l'Istituto Sturzo dei carteggi scambiati tra Andreotti e l'ex presidente Francesco Cossiga. Per il figlio del sette volte premier, quello rappresenta l'ultimo ricordo tangibile di una relazione costruita su stima reciproca e sincero affetto.

Secondo Andreotti, la caratteristica distintiva di Pomicino era la sua capacità intellettuale straordinaria, sostenuta da una dedizione incondizionata ai principi della dottrina cattolica che aveva sempre guidato l'operato della Democrazia Cristiana. Nonostante i gravi problemi di salute che lo afflissero negli anni finali, Pomicino mantenne intatta la lucidità mentale e la coerenza ideologica. La sua scomparsa comporta dunque la perdita di una memoria vivente capace di trasmettere l'esperienza accumulata durante decenni di attività politica e amministrativa.

Un aspetto centrale della riflessione di Andreotti riguarda il modo di condurre la politica nella Prima Repubblica, profondamente diverso dagli attuali standard. L'attenzione prioritaria ai bisogni dei territori di appartenenza, il rispetto verso gli esponenti dell'opposizione anche nel bel mezzo di scontri accesi, e la ricerca di soluzioni condivise rappresentavano elementi costitutivi di una prassi ormai tramontata. Secondo Andreotti, se il dibattito parlamentare fosse stato più approfondito in quell'epoca, come testimoniato dalle decisioni più significative della Prima Repubblica, sarebbero state possibili compromessi costruttivi anche su questioni come i referendum.

La testimonianza di Andreotti offre uno spaccato di come la politica italiana, seppur attraversata da tensioni e conflitti, fosse sottesa da una cultura del dialogo e da una comune adesione a valori condivisi. Questo approccio non caratterizzava solamente gli ambienti democristiani, ma permeava trasversalmente l'intero sistema partitico dell'epoca. Con la fine di figure come Pomicino, scompare anche la possibilità di attingere direttamente a chi ha vissuto e praticato quel sistema dall'interno, lasciando ai posteri il compito di comprendere una stagione politica sempre più remota e affascinante.