La sconfitta referendaria ha scatenato una reazione decisa nella Presidenza del Consiglio. Giorgia Meloni, in tre anni a Palazzo Chigi mai vista così determinata, ha deciso di fare pulizia tra le fila del governo eliminando tutti i ministri e sottosegretari alle prese con procedimenti giudiziari. Una scelta che rivela come la premier intenda affrontare il ko elettorale non come una crisi politica generale, ma come un problema specifico di credibilità su un tema storicamente caro alla destra: la giustizia.

La giornata è stata convulsa. Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi hanno rassegnato le dimissioni, mentre a Daniela Santanchè è arrivato un messaggio inequivocabile: la sua permanenza non è più sostenibile. Anche il presidente del Senato Ignazio La Russa è stato coinvolto nei tentativi di persuasione verso la ministra del Turismo, ancora alle prese con un processo a Milano per presunto falso in bilancio nella società Visibilia e indagata per ipotesi di bancarotta e truffa all'Inps. È la prima volta che un presidente del Consiglio formula una richiesta così esplicita di dimissioni a un ministro in carica, un segnale della gravità con cui Meloni valuta la situazione.

L'analisi interna al governo ha portato a conclusioni impietose: parte dell'elettorato ha punito la coalizione per incoerenza, in particolare per il contrasto tra la severità predicata verso gli avversari e la tolleranza mostrata verso i problemi giudiziari interni. Santanchè, Delmastro e Bartolozzi rappresentano tre vulnerabilità che il governo intende eliminare rapidamente. Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, pur non essendo stato messo in discussione, ha ricevuto critiche implicite. Meloni ha inoltre sottolineato il ruolo della Lega nella debacle referendaria, considerato insufficiente nel supportare la campagna.

La premier non intende chiedere un voto di fiducia alle Camere, escludendo che la situazione costituisca una vera crisi politica. Per la poltrona del Turismo potrebbe assumere direttamente l'interim o nominare un tecnico del settore. Tuttavia, a Palazzo Chigi è ben consapevole che la sostituzione di un terzo ministro (dopo Gennaro Sangiuliano e Raffaele Fitto) comporterebbe comunque la necessità di una nuova fiducia parlamentare, una complicazione che complica il quadro dei cosiddetti rimpasti. La questione rimane aperta mentre Meloni si prepara a una missione di pochi giorni in Algeria, con questi scenari ancora in evoluzione.

Il cambio di rotta della premier marca un'inversione rispetto al suo atteggiamento precedente: Meloni ha sempre protetto i suoi fedeli alleati, e il sacrificio simultaneo di più figure rappresenta uno strappo con una consuetudine consolidata. L'obiettivo dichiarato è neutralizzare le munizioni dell'opposizione e recuperare il terreno perso sul tema della giustizia, snodandosi così dal paradosso di una destra che predica rigore mentre tollera ambiguità dentro casa propria.