Una delle voci più critiche della società civile iraniana rompe il silenzio sugli effetti devastanti della guerra sui diritti umani nel paese. Sayeh, giornalista e intellettuale di spicco, accusa il regime di aver ucciso migliaia di persone mentre contemporaneamente la dimensione bellica aggrava ulteriormente la condizione dei cittadini. In un'intervista esclusiva, la pensatrice iraniana non lesina critiche sia verso l'establishment sia verso la comunità internazionale che, a suo dire, distoglie lo sguardo dalle atrocità in corso.

Particolarmente allarmante per Sayeh è il fenomeno della "regressione democratica" in atto. Mentre negli anni precedenti il movimento civile iraniano aveva conquistato spazi di dibattito e rivendicazione, la situazione bellica ha invertito questo trend. Le priorità si sono spostate dalla conquista di diritti civili alla mera sopravvivenza, un arretramento che l'intellettuale denuncia come strategicamente vantaggioso per il regime nel reprimere qualsiasi forma di dissenso.

Tra i crimini che Sayeh vuole mantenere sotto i riflettori c'è la strage che ha coinvolto le studentesse di Minab, un episodio che la cronaca internazionale ha ampiamente sottovalutato. L'intellettuale insiste sulla necessità di non permettere che il conflitto generale serva da copertura per crimini specifici e documentati. La sua testimonianza rappresenta un appello affinché il mondo non dimentichi le responsabilità individuali del regime nemmeno di fronte al caos generale.

La posizione di Sayeh riflette il dilemma di molti attivisti e intellettuali iraniani contemporanei: come mantenere viva la battaglia per i diritti fondamentali quando lo stato bellico sembra aver normalizzato la violenza di massa? La sua voce rappresenta una minoranza coraggiosa che rifiuta di scegliere tra due ingiustizie, insistendo invece sulla necessità di condannare sia la guerra che la repressione interna.