Andrea Delmastro Delle Vedove, già sottosegretario alla Giustizia, è tornato a parlare della vicenda che lo ha costretto alle dimissioni: la partecipazione a una società commerciale insieme alla figlia di un noto mafioso. In un'intervista al Corriere della Sera, l'esponente di Fratelli d'Italia respinge categoricamente l'ipotesi di reato di peculato, affermando di non aver mai utilizzato fondi pubblici per le cene presso la Bisteccheria d'Italia di via Tuscolana a Roma. «Escludo in maniera assoluta questa possibilità», dichiara Delmastro, «non ho mai avuto accesso alla carta di credito del ministero e non ho presentato richieste di rimborso per pasti o bevande di alcun tipo».

Tuttavia, le spiegazioni fornite dal politico presentano significative contraddizioni rispetto a quanto affermato nei giorni immediatamente precedenti al suo passo indietro. Delmastro sostiene ora di aver conosciuto Mauro Caroccia, padre della ragazza, frequentando il locale dove si mangiava bene, descrivendolo come un tipico ristoratore romano. Eppure, in una dichiarazione all'agenzia Ansa, aveva precedentemente affermato di aver scoperto la relazione familiare solo successivamente, aggiungendo che «non ha fatto verifiche» sulla personalità del suo socio commerciale, nonostante Caroccia fosse stato ampiamente coperto da cronaca giudiziaria da anni, in particolare dall'epoca delle indagini che lo riguardavano.

Secondo la ricostruzione fornita dall'ex sottosegretario, Caroccia stesso avrebbe proposto l'idea di aprire un locale più piccolo per sua figlia, frustrato dalle spese elevate del ristorante principale. In questa cornice, Delmastro sostiene di aver coinvolto amici della sua regione, il Piemonte, come soci nel progetto. La società, denominata Le 5 Forchette srl, sarebbe stata fondata quando Caroccia aveva ancora uno status legale più favorevole: l'operazione risale infatti a un periodo anteriore alla condanna definitiva della Cassazione. Delmastro sostiene inoltre di aver versato quote societarie e un finanziamento mai effettivamente incassato dalla società.

Per quanto riguarda le sue dimissioni, Delmastro le descrive come una decisione consapevole e volontaria, caratterizzandole come una risposta al senso di responsabilità che lo contraddistingue. Tuttavia, ammette di aver commesso una «leggerezza» nel non essersi reso conto della situazione fino all'arresto del padre della sua socia, ricordando che ha trasferito le sue quote a una propria società prima della sentenza definitiva. Una mossa che, agli occhi degli osservatori, potrebbe suggerire una certa consapevolezza della situazione già precedente alla sua narrazione ufficiale.

Le incongruenze nel racconto mantengono aperti diversi interrogativi sulla tempistica delle sue azioni e sulla effettiva conoscenza della struttura criminale dietro il progetto commerciale. La vicenda continua a rappresentare un imbarazzo politico per il governo Meloni e solleva questioni più ampie sulle procedure di verifica applicate ai massimi livelli dell'amministrazione.