Domenica 1° settembre 1965, lo stadio Comunale di Torino ospita una partita destinata a entrare nei libri di storia del calcio nazionale. La Juventus, allenata da Heriberto Herrera (soprannominato HH2 per distinguerlo dall'omonimo tecnico più celebre), affronta il Foggia, una squadra provinciale che debutta nella massima serie con le speranze tipiche dei pionieri. Il pomeriggio è rovente, il campo ancora lontano dai moderni standard, e il gioco mantiene quella solennità quasi liturgica che caratterizzava il calcio degli anni Sessanta, ben prima dell'era dei telecronisti in studio e delle infinite polemiche televisive.

Al sessantesimo minuto accade l'imprevisto che catalizzerà l'attenzione di cronisti e addetti ai lavori. Giuseppe Moschioni, estremo difensore del Foggia, cade a terra vittima di un infortunio serio. Fino a quel momento nella storia del calcio italiano, una simile disgrazia avrebbe rappresentato una vera catastrofe tattica: la squadra colpita avrebbe dovuto proseguire in inferiorità numerica o improvvisare un difensore nei pali. Lo sport non prevedeva sostituzioni, costringendo gli atleti a una resistenza quasi disumana fino al fischio finale.

Tuttavia, il 1965 segna un anno di svolta fondamentale. La Federcalcio italiana ha da poco introdotto una norma rivoluzionaria, accolta con una certa diffidenza da parte dei puristi del calcio: la possibilità di schierare un sostituto. Per il momento, una sola permuta è consentita e soltanto nel ruolo di portiere. È la crepa che spaccherà completamente il vecchio sistema.

Dalla panchina del Foggia si alza un uomo dalla storia affascinante: Gastone Fabio Zeffiro Ballarini, originario di Camerano, nelle Marche. Dieci anni prima, questo atleta aveva percorso strade bianche su due ruote, vincendo il titolo regionale di campione Allievi nel ciclismo. La vita lo aveva condotto poi verso il rettangolo verde, scegliendo di trasformarsi da corridore a custode della porta. Indossa la maglia numero dodici, quella che fino a quel pomeriggio era rimasta ripiegata negli zaini, quasi un cimelio decorativo.

Quando Ballarini varca la linea di fondo per entrare in campo, il calcio italiano compie un passaggio epocale. Non è la corazzata juventina, non è l'Inter di Helenio Herrera o il Milan di Gianni Rivera a inaugurare questa rivoluzione. È il piccolo Foggia, la provinciale coraggiosa, a scrivere una pagina indelebile della storia calcistica nazionale. Quel gesto ordinario di un ex ciclista marchigiano che sale sugli spalti per indossare i guantoni apre le porte a un nuovo modo di intendere il gioco: moderno, flessibile, consapevole che perfino gli dei dello sport possono avere bisogno di una mano nella disgrazia.