Pier Luigi Bersani torna a attaccare il governo durante la trasmissione Otto e mezzo su La7, affermando che Giorgia Meloni dovrebbe rassegnare le dimissioni a seguito della sconfitta referendaria sulla riforma della giustizia. L'intervento dell'ex ministro arriva dopo il massiccio trionfo del fronte del no alle urne e segue le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo gabinetto del ministero Giusi Bartolozzi.
Secondo Bersani, i recenti sviluppi dimostrano come l'esecutivo gestisca la questione della responsabilità in modo inadeguato. L'esponente dem sottolinea che Delmastro avrebbe dovuto abbandonare l'incarico già precedentemente, definendo gli accadimenti come «leggerezze di proporzioni notevoli». A tal proposito, Bersani evidenzia una contraddizione: qualora il referendum fosse stato vinto dal sì, il sottosegretario probabilmente avrebbe mantenuto la carica, rivelando secondo lui una concezione discutibile dei principi di responsabilità e decoro nelle funzioni pubbliche.
L'ex ministro ribadisce la sua posizione affermando che la premier non può limitarsi a «cavarsela così». Per Bersani, il referendum sulla giustizia non rappresenta un evento marginale ma avrà conseguenze significative sul futuro istituzionale del paese. Dal momento che Meloni e il ministro Nordio figurano tra i principali sottoscrittori della riforma duramente respinta dagli elettori, il politico dem ritiene che il senso dell'onore politico dovrebbe indurre la presidente del Consiglio a dimettersi.
Tuttavia, Bersani avverte anche contro un atteggiamento strumentale della sinistra. Esclude categoricamente che il centrosinistra dovrebbe presentare una mozione parlamentare ufficiale per chiedere le dimissioni di Meloni, descrivendo un simile atto come un «gioco» che finirebbe per alleviare la pressione politica sulla premier. L'obiettivo, secondo Bersani, dovrebbe essere lasciar sedimentare la sconfitta referendaria nel suo impatto naturale, permettendo al governo di operare consapevole della ferita riportata. La vera dignità politica, conclude, richiederebbe un comportamento differente rispetto a quello finora adottato.