Accadde quasi trent'anni fa, ma rimane un evento raro nella vita democratica italiana. Nel 1995, mentre l'inchiesta Mani Pulite scuoteva il Paese, il governo tecnico guidato da Lamberto Dini si trovò travolto da una crisi istituzionale che portò alla sfiducia personale del ministro della Giustizia Filippo Mancuso. Un precedente che ancora oggi rappresenta uno dei momenti di maggiore tensione tra i poteri dello Stato.
Durante i suoi nove mesi come Guardasigilli, Mancuso aveva avviato una serie di iniziative ispettive e disciplinari contro magistrati provenienti da diverse procure italiane, dal celebre pool di Milano fino a Reggio Calabria, Catanzaro e Biella. Le sue mosse furono subito al centro di un acceso dibattito politico: da un lato chi lo accusava di voler indebolire le inchieste sulla corruzione, dall'altro chi lo difendeva dall'influenza eccessiva dei pubblici ministeri. La situazione precipitò quando il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro intervenne pubblicamente, esprimendo dubbi sulla strategia del ministro e denunciando quella che definì una "demolizione" del lavoro dei magistrati.
Lo scontro istituzionale era ormai apertissimo. Mancuso rispose accusando il Capo dello Stato di manifestare una "contestazione pregiudiziale" nei suoi confronti, mentre il premier Dini si distanziò dalle parole del ministro, dichiarandosi in disaccordo. Pochi giorni dopo, i gruppi di sinistra della maggioranza governativa presentarono una mozione di sfiducia individuale contro Mancuso: una mossa che la giunta per il regolamento del Senato dichiarò ammissibile e dotata di effetti vincolanti nel caso di approvazione.
Il ministro reagì accusando Dini di essere "supino" di fronte alle forze politiche che lo attaccavano, ma il premier annunciò che il governo avrebbe accettato il verdetto parlamentare. Il 19 ottobre 1995, il Senato votò per la sfiducia: 173 voti a favore provenienti da Progressisti, Partito Popolare, Lega Nord e Rifondazione Comunista, soli 3 contrari e il resto in astensione. Durante il voto, diversi senatori abbandonarono l'aula in segno di protesta. Scalfaro affidò a Dini l'interim presso il dicastero di Grazia e Giustizia.
Mancuso non accettò la sconfitta e ricorse alla Corte Costituzionale il 23 ottobre dello stesso anno, impugnando la decisione del Senato, della Presidenza del Consiglio e del Capo dello Stato. Ma il 6 dicembre, dopo otto ore di deliberazione, i giudici costituzionali respinsero tutti i ricorsi. Nella motivazione, la Corte stabilì che il ministro aveva mantenuto un "comportamento dissonante" rispetto all'indirizzo della compagine governativa e che la sfiducia personale era lo strumento legittimo per ripristinare l'unitarietà del governo Dini. Un verdetto che sanciva il diritto del Parlamento di controllare, anche individualmente, i membri dell'esecutivo.