L'esecutivo italiano ha identificato nell'Asia centrale un terreno fertile per consolidare alleanze economiche di lungo periodo, abbandonando la logica puramente commerciale a favore di un radicamento territoriale più profondo. A testimonianza di questa scelta strategica, la visita della premier Giorgia Meloni in Uzbekistan nel 2025 ha lasciato tracce concrete: una strada di Samarcanda porta ora il nome "Via di Roma", ma l'eredità più rilevante consiste in una decina di accordi che hanno mobilitato oltre 3 miliardi di euro di investimenti.
La missione del ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida a Tashkent il 23 e 24 marzo rappresenta l'evoluzione concreta di questa strategia. Al Business Forum Italia-Asia Centrale partecipano oltre 70 aziende nazionali, un terzo delle quali con fatturati superiori ai 25 milioni di euro, accompagnate da associazioni di categoria, atenei e centri di ricerca. Ma il numero non racconta l'intera storia: questo evento non è la tradizionale missione commerciale, bensì una mossa geopolitica sofisticata che posiziona l'Italia come partner privilegiato per l'intera regione centroasiatica, dal Kazakistan al Turkmenistan, passando per l'Azerbaigian.
I fondamenti economici della scelta sono solidi. L'Uzbekistan ha chiuso il 2025 con un PIL di 118 miliardi di euro e una crescita annua del 6,2%, segnali di dinamismo in un'area dove Roma intravvede opportunità legate alla transizione verso economie di mercato aperte. In questo contesto, il governo italiano schiera i suoi strumenti specializzati: il Masaf (ministero dell'Agricoltura), l'Agenzia Ice, oltre ai bracci finanziari dell'internazionalizzazione rappresentati da Sace e Simest, che facilitano crediti all'export e partecipazioni azionarie.
L'accent sulla sovranità alimentare e sulla meccanizzazione agricola non è casuale. Mentre la regione centroasiatica modernizza il proprio apparato produttivo, l'Italia si presenta come fornitore sistemico di competenze e tecnologie nei settori cruciali per l'economia rurale. Questo approccio trasforma l'agroalimentare da semplice commodity commerciale a leva geopolitica, radicando gli interessi italiani in una parte del mondo sempre più centrale negli equilibri eurasiatici.
La scommessa romana rispecchia una visione più ampia: in un'epoca dove la globalizzazione lineare entra in crisi e le potenze mondiali ridisegnano le proprie sfere di influenza, presidiare il cuore dell'Asia centrale rappresenta per l'Italia una mossa di lungo respiro. Non si tratta soltanto di aumentare i flussi commerciali, ma di costruire una presenza stabile e diversificata che permetta al Paese di giocare un ruolo significativo in una regione geopoliticamente strategica tra la Russia, la Cina e il Medio Oriente.