La débâcle del referendum costituzionale rappresenta uno spartiacque nella parabola politica di Giorgia Meloni. Il verdetto delle urne non ha sanzionato il tramonto di una persona o di un partito, bensì il fallimento di un disegno specifico: la modifica della Costituzione secondo le spallate del governo. Al contrario, gli elettori hanno scelto di proteggere le istituzioni, in particolare la magistratura, con quattro milioni di cittadini tornati a votare dopo anni di astensionismo. Il messaggio è cristallino: vince chi ha un progetto credibile per il Paese, non chi brandisce slogan o ambizioni personali.

Giuseppe Conte, leader pentastellato, fiuta già l'occasione e corre a chiedere le primarie per il candidato premier della coalizione progressista. Ma legge male i segnali. L'opposizione non ha vinto nulla; ha semplicemente beneficiato di una sconfitta altrui. Né Conte, né Elly Schlein, né altre figure di spicca della sinistra possono pretendere di guidare il Paese sulla base di questo risultato. La regola è una sola: chi propone un vero programma e sceglie una squadra capace di realizzarlo, conquista le prossime elezioni. Conte, con la sua posizione ambigua verso la Russia, rimane strutturalmente debilitato e difficilmente potrebbe aspirare a ruoli rilevanti.

Meloni si trova in una posizione precaria, benché non ancora fuori da Palazzo Chigi. I segnali di cedimento sono però inequivocabili: quando un ponte inizia a crepare, non bastano rattoppi improvvisati. Servono interventi strutturali, e il tempo non è dalla sua parte. L'alternativa è netta: consultarsi con il Presidente Sergio Mattarella per un rimpasto governativo, una sorta di Meloni 2, capace di traghettare l'Italia fino alle elezioni fra circa un anno e mezzo. Oppure potrebbe scegliere di resistere, aggrappandosi al potere mentre i mesi scorrono e i consensi scivolano verso il 3-4% delle origini.

La terza strada, il voto anticipato, non offre prospettive rosee: Meloni ha perso il referendum nonostante avesse dalla sua parte tutta la destra, settori della sinistra moderata e un quasi monopolio comunicativo. I rapporti con l'Europa rimangono fragili, i legami con il Vaticano e gli Stati Uniti richiedono una ricostruzione sostanziale. Per uscirne, la premier dovrebbe elevarsi al di sopra delle contingenze, adottare uno sguardo genuinamente presidenziale e sviluppare una visione strategica per l'Italia. Altrimenti il declino è questione di tempo.