A tre settimane di distanza dalla sua prima convocazione in Procura, quando aveva scelto di non rilasciare alcuna dichiarazione, il tranviere Pietro Montemurro ritorna sui suoi passi. L'uomo, 60 anni, è indagato dalla magistratura milanese per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni colpose in relazione al gravissimo incidente del 27 febbraio, quando il tram della linea 9 ha perso i binari e si è abbattuto contro una struttura abitativa nel capoluogo lombardo. La richiesta di interrogatorio è stata depositata dai suoi difensori, gli avvocati Benedetto Tusa e Mirko Mazzali, presso le due pm Elisa Calanducci e Corinna Carrara. L'audizione dovrà ancora essere calendarizzata.

Quando era stato chiamato a riferire il 16 marzo scorso, il conducente aveva preferito ricorrere al diritto di non rispondere, giustificandosi con il suo stato psicologico traumatizzato dall'accaduto. Oggi, a distanza di qualche settimana, sembra intenzionato a fornire la sua versione dei fatti direttamente agli inquirenti. Secondo le informazioni disponibili, Montemurro intende continuare a sostenere la medesima ricostruzione che aveva già fatto circolare: un improvviso malore lo avrebbe colto mentre era al posto di comando, causandogli uno svenimento dal quale non avrebbe potuto sottrarsi e che dunque non gli consentirebbe di essere ritenuto responsabile di quanto accaduto.

Su questa versione gli inquirenti stanno conducendo accertamenti approfonditi per verificarne la fondatezza. Nel frattempo, il tranviere ha fatto un'altra richiesta significativa all'Azienda trasporti milanesi: non vuole più guidare. Ha chiesto di essere rimosso dal servizio di conduzione e di essere trasferito a mansioni d'ufficio, affermando di non sentirsi psicologicamente capace di continuare in quel ruolo. Lo schianto del 27 febbraio ha provocato due decessi e ha ferito oltre cinquanta persone, rappresentando uno dei più gravi incidenti della storia dei trasporti pubblici milanesi.