Durante la notte tra il 16 e il 17 settembre, presso l'aula della Camera dei deputati, si stava discutendo intensamente la proposta di riforma costituzionale in materia di giustizia promossa dal governo Meloni e portata avanti dal ministro Carlo Nordio. Tra i banchi dell'opposizione, il parlamentare del Partito democratico Claudio Mancini ha deciso di intervenire alle 3.40 del mattino, quando ormai i lavori erano in corso da molte ore con gli interventi dei vari gruppi parlamentari contrari ai provvedimenti in discussione.

Nella sua allocuzione, durata poco più di cinque minuti, Mancini ha espresso un giudizio netto sulla sorte che attendeva la riforma. Poiché l'esecutivo non disponeva della maggioranza dei due terzi necessaria in Parlamento per approvare il testo senza ricorrere al referendum, il deputato dem ha affermato con convinzione che il verdetto popolare sarebbe stato contrario al governo. "Credete di avere dalla vostra parte la maggioranza dei cittadini, ma non è così" ha sostenuto Mancini, ricorrendo a un'immagine efficace: entrando in un bar e considerando quattro avventori casuali, tre di loro non avrebbero votato per la coalizione di governo.

A distanza di mesi, la previsione formulata dal parlamentare si è rivelata sorprendentemente accurata. Gli italiani hanno infatti respinto la riforma con una maggioranza netta, confermando l'analisi di Mancini sulla composizione effettiva del consenso politico nel Paese. La sconfitta referendaria rappresentava un momento critico per l'esecutivo, come lo stesso Mancini aveva intuito nel suo intervento notturno, anche se la caduta del governo non si è verificata immediatamente come previsto.

L'intervento del deputato del Pd rimane un esempio interessante di come, talvolta, una lettura lucida delle dinamiche politiche e della reale distribuzione del consenso possa permettere di anticipare gli esiti di passaggi istituzionali cruciali. Il raffronto tra la fiducia manifestata allora dall'esecutivo e l'esito effettivo del voto popolare mette in evidenza lo scarto che frequentemente esiste tra la percezione della classe dirigente e il sentimento reale dell'elettorato.