Maedeh Fallah è sbarcata in Italia in uno dei momenti più drammatici per il suo Paese: il giorno stesso in cui gli attacchi aerei americani hanno colpito Teheran. La biologa iraniana di 28 anni ha scelto però di trasformare questo momento di crisi in un'opportunità. Dopo aver conseguito la laurea triennale in biologia nel suo Paese natale, ha deciso di proseguire gli studi presso l'Istituto Pascale di Napoli, uno dei principali centri di eccellenza nella ricerca oncologica italiana, dove sta completando il dottorato in biotecnologia molecolare.
Nei laboratori napoletani specializzati nello studio dei modelli immunologici innovativi, Maedeh affronta quotidianamente sfide scientifiche che travalicano la semplice teoria accademica. "Ho scoperto qui il vero significato della ricerca", spiega la giovane ricercatrice. "Non si tratta solo di leggere libri e risolvere esercizi: è comprendere come le nostre scoperte possono trasformarsi in terapie concrete che cambiano le vite dei malati". Il suo progetto di dottorato si concentra sull'immunoterapia e sulla ricerca di nuovi antigeni tumorali, una delle frontiere più promettenti nella guerra contro il cancro.
Dietro la scelta di dedicarsi allo studio dei tumori c'è una storia personale segnata dal dolore. "Mia zia è morta di cancro a soli 35 anni", racconta Maedeh. Quella perdita le ha tracciato il cammino: dalla sofferenza è nata una determinazione che oggi si trasforma in impegno scientifico. "Il cancro è la più grande guerra mondiale dell'umanità", riflette con serietà, considerando la sua ricerca non semplicemente come una carriera professionale, ma come una vera e propria vocazione.
L'istituto napoletano ha abbracciato il talento della giovane biologa iraniana senza esitazioni. Maurizio di Mauro, direttore generale del polo oncologico, sottolinea il significato simbolico di questa collaborazione: "Storie come quella di Maedeh incarnano la missione più profonda del Pascale. Siamo un'istituzione aperta, dove il merito e la dedizione trovano riconoscimento al di là di ogni confine geografico". Investire nei giovani ricercatori significa, secondo la direzione, puntare sul futuro della medicina e sulla speranza che essa rappresenta per i pazienti. "È anche grazie a percorsi come il suo che la ricerca avanza ogni giorno", conclude Di Mauro.