Lo spartiacque referendario ha segnato un punto di rottura nel racconto politico della maggioranza. Enrico Borghi, vicepresidente di Italia Viva, interpreta così il voto degli ultimi giorni: la leadership di Giorgia Meloni ha perso la sua narrazione fondativa. Il modello della candidata esterna che arriva a palazzo per scoperchiare i giochi sporchi e portare un vento di cambiamento si è dissolto. Al suo posto è rimasta una stagione di sostanziale immobilismo, dove le promesse iniziali non si sono trasformate in risultati concreti.
Le crepe nel modello della maggioranza sono evidenti su più fronti. Il presunto asse tra Washington e Bruxelles, presentato come elemento cardine della strategia, non si è mai concretizzato. I rapporti con l'ambiente americano legato al movimento Maga hanno rivelato limiti significativi. Infine, la stessa presidente del Consiglio si è ritrovata costretta a cercare protezione dietro l'Unione europea, capovolgendo quella postura iniziale di sfida all'establishment europeo. Sul piano delle riforme strutturali, il bilancio è a zero: nulla di rilevante è stato realizzato. A ciò si aggiunge un orizzonte economico pesante: il sostegno del Piano nazionale di ripresa e resilienza sta per esaurirsi mentre la crescita del Paese langue, smascherando la debolezza complessiva dell'assetto governativo.
All'interno della coalizione si manifestano anche tensioni organizzative. Borghi evidenzia come figure rilevanti vengano allontanate, e episodi inediti scuotono la solidità della squadra: una ministra che rifiuta le dimissioni nonostante la pressione, un presidente del Consiglio che ricorre a comunicati stampa per chiedere una sfiducia parlamentare. Questi passaggi spostano il conflitto dalle stanze della maggioranza direttamente in Parlamento, indebolendo la capacità di governo.
Ma qui entra in gioco la lucidità politica che Borghi invoca. L'apertura di una finestra d'opportunità per l'opposizione non equivale a una vittoria già scritta. La storia insegna che i vuoti politici si riempiono in modi imprevisti: basta ricordare come nel 1993 la sinistra trionfasse nei ballottaggi delle grandi città, salvo vedere Silvio Berlusconi ribaltare completamente il quadro l'anno successivo. Non ci sono quindici milioni di voti che passano automaticamente da un campo all'altro.
Il messaggio che emerge dalle urne è più sfumato: gli italiani hanno registrato il loro distacco dalla proposta governativa, la considerano poco convincente, ma questo non autorizza automaticamente l'opposizione a credere nella vittoria. Secondo Borghi, per costruire un'alternativa credibile occorre lavorare sulla qualità delle idee, sulla solidità delle proposte programmatiche e su una visione riformista di stampo europeo, come antidoto al sovranismo. È un lavoro che richiede pazienza strategica e non può contare su trasformismi facili.