Quella che appariva come una leadership solida e praticamente incrollabile mostra sempre più crepe. Giorgia Meloni si ritrova costretta a gestire una situazione politica deteriorata, dove le scelte amministrative amplificano i problemi anziché risolverli. Il quadro è complesso e preoccupante per palazzo Chigi: un governo che fatica a mantenere coesione interna e consenso esterno.
Gli ultimi mesi hanno messo a nudo le fragilità della maggioranza. Il progetto dell'autonomia differenziata, presentato come premio essenziale per la Lega di Salvini, è naufragato rapidamente. Più recentemente, il referendum sulla giustizia voluto dal governo è stato sconfitto nettamente, un respingimento che indebolisce l'esecutivo su un dossier considerato prioritario. A complicare ulteriormente il panorama, i rapporti con l'amministrazione americana si sono rivelati più articolati del previsto, costringendo a ricalibrate le priorità di politica estera. Nel frattempo, rincari sui carburanti e immagini di tensioni sociali hanno eroso la reputazione di stabilità e competenza che il governo cercava di consolidare.
La vicenda di Daniela Santanchè incarna emblematicamente il malaise della coalizione. Dopo tre anni di silenzio-assenso, la premier le chiede di dimettersi quando il contesto politico si fa torrido. La ministra, alleata di Ignazio La Russa, rifiuta finora di accomodare la richiesta. Questo scontro interno, lungi dall'essere una semplice querelle amministrativa, rappresenta il sintomo di una coalizione dove le lealtà personali prevalgono sui calcoli strategici e dove nessuno è disposto a sacrificarsi per il bene collettivo.
La questione si allarga ben oltre il caso specifico della ministra del Turismo. Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto, viene da tempo descritta come figura onnipotente capace di controllare le leve decisionali principali. Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, rimane al suo posto nonostante una precedente condanna per rivelazione di segreti d'ufficio. Anche il ministro Nordio e quello dell'industria Urso suscitano critiche crescenti. La lista dei nomi sui quali pesa il dubbio sulla tenuta politica è lunga, e ogni rinvio decisionale erode ulteriormente la credibilità esecutiva.
La domanda che serpeggia negli ambienti romani è sempre la stessa: con quali strumenti Meloni intende invertire il trend negativo? Modificare la legge elettorale si annuncia complesso, e le manovre di rimpasto generano più incertezze che stabilità. Il governo si trova intrappolato in una dinamica dove ogni intervento rischia di scoperchiare tensioni latenti all'interno della maggioranza, mentre l'astensione dai cambiamenti alimenta il senso di immobilismo e rassegnazione.