Ottantadue anni dopo, la memoria di una delle pagine più tragiche della Seconda guerra mondiale continua a essere calpestata. Era il 23 marzo 1944 quando, nella frazione di Bretto Inferiore nel comune di Plezzo (attualmente in territorio sloveno), si consumò uno dei crimini più efferati perpetrati dai partigiani dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, sotto il comando di Tito. Dodici carabinieri della Legione di Udine, uomini che operavano in una situazione di collaborazione forzata all'interno di strutture formalmente dipendenti dal comando tedesco, vennero brutalmente uccisi in circostanze che ancora oggi suscitano orrore.

I militari erano dislocati presso la centrale idroelettrica locale con il compito di proteggerla e di difendere le vicine miniere di piombo e zinco di Cave del Predil. La sera dell'attacco, mentre stavano cenando, furono sorpresi da un gruppo di venti partigiani. Non fecero resistenza e si arresero immediatamente. Costretti a una marcia forzata attraverso sentieri innevati e impraticabili, vennero trascinati verso il monte Mangart fino a raggiungere un rifugio per pastori, la Malga Bala. Qui, più di una settimana dopo, verranno ritrovati i loro corpi.

I dettagli del martirio emersi dalle indagini sono agghiaccianti. Secondo il rapporto della Compagnia di Tolmezzo, le salme presentavano «ferite multiple da arma bianca e da fuoco, oltre a evidenti tracce di sevizie». Solo negli anni Novanta, durante il processo, testimoni fornirono descrizioni ancora più raccapriccianti: i cadaveri erano «orrendamente sfigurati», con «grossi fori presumibilmente causati da picconi e strumenti simili». Un carabiniere aveva un occhio completamente distrutto. Quasi tutti avevano le caviglie legate con fil di ferro e corda. Uno presentava una gamba e un braccio completamente fratturati. Un altro era stato sottoposto a una tortura inenarrabile: un cappio di fil di ferro stringeva i testicoli, mentre l'altra estremità era legata alle caviglie.

Secondo la ricostruzione storica contenuta nel volume «Alle porte dell'inferno: il Tarvisiano e i suoi dintorni nella tormenta nazista», agli uomini sarebbe stato somministrato cibo contaminato con soda caustica. Le ferite e i segni evidenti sul loro corpo testimoniano sofferenze indicibili inflitte deliberatamente.

Ciò che accade oggi sui social network rappresenta un ulteriore insulto a queste vittime. Commenti che liquidano il loro sacrificio con affermazioni come «erano dalla parte sbagliata» o «erano fascisti» svuotano di significato la memoria di uomini che, indipendentemente dal contesto politico-militare in cui operavano, non meritavano una fine così atroce. La questione storiografica complessa della guerra partigiana non giustifica mai la negazione della dignità umana di chi è morto sotto tortura. La memoria storica richiede rigore, non riduzionismo ideologico.