La Danimarca ha votato il 25 marzo, e sebbene il Partito Socialdemocratico di Mette Frederiksen conservi il ruolo di primo attore politico, la premiere fa i conti con un risultato che difficilmente può definirsi trionfale. Il blocco di centro-sinistra ottiene 84 seggi nel Folketinget (il parlamento danese), mantenendo sette posti di vantaggio sul blocco conservatore guidato dal Liberale Troels Lund Poulsen, fermo a 77 seggi. La maggioranza richiede però 90 seggi: una soglia che nessuno dei due schieramenti principali raggiunge autonomamente, rendendo inevitabili negoziati complessi con il blocco centrista dei Moderaterne, che dispongono di 14 seggi decisivi.
La sconfitta morbida per i rossi è ancora più significativa se confrontata con il risultato del 2022. Frederiksen, in cerca del suo terzo mandato consecutivo, aveva scelto di anticipare il voto a febbraio, rischiando di giocare d'anticipo proprio per capitalizzare il consenso derivante dalla sua ferma posizione sulla questione della Groenlandia, il territorio autonomo nel mirino di Donald Trump. Quella mossa si è rivelata insufficiente a invertire una tendenza negativa che caratterizza il suo secondo mandato: l'inflazione galoppante, le riforme pensionistiche controverse e un diffuso malessere economico hanno erodito il sostegno popolare.
Ciò che emerge chiaramente dagli esiti elettorali è tuttavia un fattore finora sottovalutato dai commentatori: il ruolo determinante giocato dal dibattito sulla tassazione del bestiame. Per più di trenta giorni, il Green Tripartite Agreement è stato al centro della campagna elettorale. Si tratta di un provvedimento storico e senza precedenti a livello mondiale, che introduce la prima carbon tax sulle emissioni generate dagli allevamenti. Per un paese come la Danimarca, tra i principali esportatori mondiali di carni suine, questo rappresenta una sfida strutturale considerevole. Gli allevatori hanno manifestato preoccupazioni legittime per l'impatto economico, mobilizzando la base elettorale e spingendo il tema ai vertici dell'agenda politica.
Il voto danese specchia una tensione che pervade l'intera Europa: il desiderio di progredire verso modelli agricoli sostenibili entra inevitabilmente in conflitto con gli interessi economici consolidati e con le esigenze occupazionali del settore primario. L'Italia, con le sue complesse vicende relative alla zootecnia, conosce bene questi dilemmi. Il risultato danese dimostra che anche nelle nazioni nordiche, solitamente percepite come all'avanguardia nelle politiche ambientali, la transizione ecologica incontra resistenze significative. Frederiksen dovrà costruire una coalizione fragile, negoziando sia con i centristi che con le preoccupazioni del mondo agricolo: un esercizio politico delicato che definiranno il corso della prossima legislatura.