Il referendum dello scorso fine settimana ha prodotto un risultato che ha colto di sorpresa molti commentatori politici: mentre le leadership dei vari partiti si interrogavano sugli assetti interni e le future coalizioni, gli italiani hanno espresso una volontà ben più profonda e trasversale. A scrutini ancora in corso, emerge un quadro che suggerisce come il voto popolare abbia privilegiato valori costituzionali rispetto ai calcoli delle correnti politiche.

Dal versante delle sinistre, le prime reazioni hanno riguardato principalmente questioni organizzative: chi dovrebbe guidare il fronte progressista, se tenere primarie, come gestire la compagine eterogenea che spazia da esponenti renziani ai Cinquestelle, dai Verdi ai democratici. Renzi ha confermato di voler mantenere una propria autonomia pur chiedendo un posto al tavolo negoziale. Schlein coordina una coalizione composita dichiarandosi aperta al confronto, mentre gli alleati minori cercano di non perdere visibilità. È lo stesso dinamismo che caratterizzava il centrosinistra anche venticinque anni fa: il 26 febbraio 2002, quando Nanni Moretti lanciò dal palco di Piazza Navona il celebre j'accuse contro i dirigenti dell'epoca, affermando che con quegli stessi volti non avrebbe mai vinto. Oggi ci si interroga se storia stia ripetendosi.

Ma il voto referendario sembra indicare un percorso differente. Il 22 e il 23 marzo 2026 non hanno visto prevalere le macchinazioni delle varie correnti politiche, ma piuttosto due grandi vinti cui raramente la politica quotidiana rende giustizia: la Costituzione nella sua dimensione di progetto collettivo e condiviso, e la capacità dei cittadini di trascendere le polarizzazioni. Perfino settori tradizionalmente schierati a destra hanno scelto di stare dalla parte della continuità istituzionale, costituendo una sorta di barriera difensiva contro gli estremismi che minacciavano di trasformare la Carta fondamentale in merce di scambio politico.

Gli iscritti di Forza Italia hanno affollato i seggi rivendicando una continuità ideale con l'eredità berlusconiana, ricordando il ruolo che il defunto fondatore ebbe nel contenzioso referendario. Eppure il senso complessivo della consultazione popolare sembra andare oltre le narrazioni settoriali: gli italiani hanno confermato di voler tenere fermi i principi costituzionali come fondamenta comuni, indipendentemente dalla propria collocazione nello spettro politico. È un messaggio che travalica lo scontro tra destra e sinistra, ricordando che la Costituzione rimane la vera casa del Paese, non proprietà privata di alcuno schieramento.