Le dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè, richieste dalla premier Giorgia Meloni, suscitano più perplessità che sollievo tra gli osservatori politici. L'elemento che colpisce non è l'uscita di scena di questi tre esponenti governativi, ma il momento prescelto e le circostanze che lo circondano. Secondo diversi analisti, il tempismo della manovra rivela una logica che con l'etica pubblica ha ben poco a che spartire.

I tre esponenti non sono nuovi alle criticità. Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, è portatore di una condanna in primo grado per violazione del segreto d'ufficio. Bartolozzi è finita sotto inchiesta nel dossier Almasri. Santanchè rimane invischiata in questioni relative a una possibile frode nei confronti dell'Inps e in fallimenti aziendali. Eppure, fino a poche ore fa, tutti e tre occupavano posizioni di primo piano nell'amministrazione, protetti da quello che esperti come Umberto Galimberti hanno descritto come un sistema di lealtà granitica caratteristico di una struttura da 'clan' piuttosto che da partito democratico.

La domanda che emerge spontanea riguarda i tempi. Se l'onorabilità fosse stata il criterio guida, questi allontanamenti sarebbero dovuti avvenire mesi, se non anni fa, specialmente nel caso di Santanchè. Se invece la questione fosse legata al fallimento di una riforma specifica, la logica indicherebbe responsabilità ben diverse, che coinvolgerebbero vertici ben più alti. Il fatto che tutto ciò accada dopo la batosta referendaria appena subita dal governo fornisce invece un'interpretazione alternativa: la purga servirebbe come meccanismo di ridimensionamento dell'immagine pubblica, un modo per addossare le responsabilità a figure periferiche piuttosto che affrontare questioni strutturali.

Un ulteriore elemento di continuità contraddittoria emerge dagli incarichi conferiti ad altri esponenti come Montaruli, descritta come 'pregiudicata', e Chiara Colosimo, assegnata a posizioni sensibili presso la commissione Antimafia nonostante legami considerati controversi da settori dell'opinione pubblica. Questo contrasto suggerisce che l'applicazione dei criteri di decoro istituzionale non segue una logica coerente, ma piuttosto risponde a necessità tattiche del momento.

In sintesi, il quadro che emerge è quello di una leadership che adotta la severità sanzionatoria non quando principi etici lo richiederebbero, bensì quando convenienze politiche lo consentono. La mossa odierna potrebbe permettere a Meloni di presentarsi ai suoi alleati come qualcuno che compie scelte difficili per il bene dell'esecutivo, usando il voto referendario sfavorevole come giustificazione plausibile agli occhi della base. In questo modo, chi viene rimosso difficilmente potrà opporsi: come protestare se la colpa viene attribuita ai cittadini e alle urne?