La strategia energetica italiana ha trovato il suo nuovo baricentro a sud del Mediterraneo. Durante la visita istituzionale in Algeria del 25 marzo scorso, Giorgia Meloni ha saldato ulteriormente un'alleanza che rappresenta ormai il fondamento della sicurezza energetica nazionale. I numeri sono impressionanti: il Paese nordafricano fornisce tra il 35 e il 40 percento del fabbisogno italiano di gas naturale, con scambi commerciali che nel 2025 hanno raggiunto i 12,9 miliardi di euro, consolidando Algeri come primo partner commerciale dell'Italia in Africa.
Il cuore di questa partnership è il Transmed, il gasdotto che collega i giacimenti di Hassi R'Mel, nel cuore del deserto algerino, fino alle coste siciliane, passando per la Tunisia. Questo infrastruttura rappresenta la spina dorsale della nuova politica mediterranea italiana e il pilastro del Piano Mattei. Rispetto alle rotte marittime vulnerabili ai conflitti geopolitici e ai costi elevati del gas liquefatto, il tubo nordafricano offre vantaggi concreti: minori rischi militari, stabilità dei flussi e tariffe competitive. In un contesto dove lo Stretto di Hormuz incarna l'instabilità globale, questa soluzione appare razionale e quasi inevitabile.
Ma il vantaggio strategico celato ha un rovescio che Palazzo Chigi preferisce non evidenziare. L'Algeria non è la Norvegia. Si tratta di uno Stato con caratteristiche autoritarie marcate, istituzioni poco trasparenti e un sistema politico chiuso dove le spinte democratiche hanno scarsissima influenza. Il governo italiano, nel tessere questa alleanza, opera una sorta di rimozione collettiva: presenta Algeri come un partner "neutrale" e affidabile, equiparandolo tacitamente ai tradizionali alleati europei, quando invece la realtà politica è profondamente diversa.
Il nodo centrale della questione non riguarda il gas in sé, ma la concentrazione del rischio. Trasferire la dipendenza energetica da Mosca al Golfo Persico, per ancorla ad Algeri, non elimina la vulnerabilità strutturale del Paese: la trasloca semplicemente su un nuovo partner. Se la Russia ha usato il gas come arma politica, cosa impedisce a uno Stato autoritario nordafricano di ricorrere a tattica simili in una futura crisi? I vantaggi tecnici del Transmed potrebbero trasformarsi rapidamente in catene geopolitiche nel momento in cui gli interessi divergessero.
La missione di Meloni testimonia il pragmatismo della contemporanea realpolitik europea: l'urgenza di stabilizzare l'approvvigionamento energetico prevalica sulle considerazioni di natura democratica e istituzionale. Ma nasconde anche una scommessa rischiosa: quella di credere che una partnership puramente transazionale con un regime autoritario possa restare stabile nel tempo, senza che le tensioni interne o regionali finiscano per ricadere sulla tenuta dei rifornimenti italiani.