La capitale iraniana e molti altri centri urbani del paese si trasformano progressivamente in cumuli di macerie. Il cielo grigio e le piogge acide sono diventati elementi costanti del paesaggio, accompagnati dal rumore incessante di aerei da combattimento, droni e sistemi missilistici. A pagare il prezzo più alto non sono solo le strutture militari del regime, ma anche edifici residenziali e civili dove vivono famiglie comuni, il cui dramma rimane invisibile a causa del blackout informativo imposto dalle autorità.

A descrivere questa realtà è Soraya, una quarantenne iraniana che dopo anni di vita all'estero ha scelto di rientrare nel suo paese per restare accanto ai propri cari nel momento della crisi. La donna ha già perso quattro amici a causa dei bombardamenti. "La prospettiva di un'invasione terrestre combinata con attacchi aerei su larga scala condotti da potenze occidentali e israeliane ci riempie di terrore assoluto", spiega. Secondo il suo racconto, il governo ha colto l'occasione del conflitto per intensificare la repressione della popolazione e della società civile, mascherando tutto sotto lo slogan della difesa dell'Iran islamico.

La polarizzazione sociale è profonda e inquietante. Mentre i sostenitori del regime occupano le strade con bandiere e armi, tra le loro file si notano ragazzini di tredici o quattordici anni e giovani adulti privi di maturità emotiva, armati ma ancora incapaci di discernimento morale. Le vittime dei bombardamenti raramente trovano spazio nelle narrative ufficiali: non vengono celebrati come martiri dal discorso propagandistico del regime, ma rimangono anonimi, semplici civili colti nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Soraya critica aspramente la narrazione che presenta la guerra come mezzo per perseguire la democrazia. "Le macerie, i cadaveri e la distruzione massiccia non possono essere fondamenta per una società libera", afferma. La situazione è ulteriormente aggravata da misure repressive senza precedenti: qualsiasi azione, persino documentare fotograficamente le aree devastate, viene classificata come collaborazione con nemici stranieri e può comportare la condanna a morte. Dal momento dell'escalation militare, le minacce del regime contro il proprio popolo si sono moltiplicate esponenzialmente.

Eppure, nonostante la paura e l'oppressione sistemica, Soraya testimonia una resistenza silenziosa basata sulla continuità culturale. Gli iraniani hanno celebrato il Chaharshanbe Suri, la tradizionale festa del Mercoledì rosso, e hanno danzato a Capodanno, unendosi nel dolore e nella solidarietà, sfidando i messaggi minacciosi del regime che etichetta simili atti come tradimento. È un popolo che mantiene viva la speranza nella mitologia persiana del Simurgh, simbolo di trasformazione, mentre il resto del mondo rimane largamente ignaro della sofferenza quotidiana che subisce una nazione intera intrappolata tra conflitti geopolitici e repressione interna.