Lo scontro sui Pfas, i cosiddetti inquinanti eterni, si consuma nei corridoi dell'agenzia europea preposta alle sostanze chimiche (Echa). Due visioni diverse, due pareri che marcano il solco tra protezione della salute e pragmatismo economico. Da un lato gli scienziati dell'ente, dall'altro gli analisti delle ricadute socioeconomiche. Entrambi riconoscono il pericolo: queste sostanze per- e polifluoroalchiliche rappresentano un rischio crescente per la popolazione e gli ecosistemi europei, tanto che una restrizione seria appare ormai inevitabile. Ma il come dividere i due fronti.
A marzo il Comitato di valutazione del rischio (Rac) dell'Echa ha depositato il suo verdetto finale: meglio un divieto generalizzato. Secondo gli esperti, è l'unica strada per contenere davvero le emissioni e i danni ambientali. Le esenzioni, sostengono, non farebbero altro che lasciare aperti varchi attraverso cui continuerebbe a diffondersi la contaminazione. Più sfumata invece la posizione del Comitato di analisi socio-economica (Seac), che prende sul serio i vincoli industriali. Questo secondo organo, più sensibile alle pressioni del mondo produttivo, sostiene che un blocco totale potrebbe risultare eccessivo laddove ancora non esistono sostituti efficaci. Per questo propone un approccio più calibrato, con deroghe mirate per specifici comparti.
La consultazione pubblica su questa seconda valutazione è partita il 26 marzo e resterà aperta fino al 25 maggio. Un'occasione per cittadini, imprese, istituzioni e associazioni ambientaliste di far sentire la propria voce. Il calendario serrato prevede l'adozione del parere definitivo da parte dello Seac entro la fine del 2026. Le due posizioni dell'Echa confluiranno poi nella valutazione scientifica complessiva che la Commissione europea utilizzerà per legiferare sulla materia. Un documento che avrà peso decisivo sulle scrivanie di Bruxelles.
L'Italia rimane sorprendentemente silenziosa nel dibattito europeo, nonostante il Veneto stia affrontando una delle contaminazioni più gravi del continente causata dai Pfas. Un'assenza che non sfugge agli osservatori. La proposta di restrizione era stata presentata nel 2023 da una coalizione di cinque Paesi - Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia - particolarmente consapevoli della minaccia rappresentata da queste sostanze quasi indistruttibili. Ora la palla passa ai tecnocrati dell'Echa e agli attori della politica industriale europea, mentre gli ambientalisti guardano con preoccupazione il rischio che gli interessi economici diluiscano ulteriormente una protezione già considerata insufficiente.