Una sentenza che segna un precedente importante nel dibattito sulla responsabilità delle piattaforme digitali. Lo scorso 25 marzo, a conclusione di due anni di processo, i giudici hanno riconosciuto fondato il ricorso presentato da Kaley, una giovane donna californiana oggi ventenne, condannando Meta e Google a corrisponderle un risarcimento complessivo di 3 milioni di euro. Meta, proprietaria di Instagram, sarà responsabile del 70 per cento della somma.
La storia di Kaley è quella di una generazione cresciuta a contatto diretto con gli algoritmi. Ha iniziato a guardare video su YouTube all'età di sei anni, si è iscritta a Instagram a nove, ha scaricato TikTok (allora noto come Musical.ly) a dieci e ha raggiunto Snapchat a undici. Nel corso del tempo, queste piattaforme hanno progressivamente colonizzato ogni aspetto della sua vita quotidiana, fino a diventare completamente preponderanti. Negli anni più critici, la ragazza arrivava a dedicare fino a sedici ore al giorno al consumo di contenuti digitali, dal risveglio fino al momento di addormentarsi.
Testimoniando davanti ai giudici lo scorso febbraio, Kaley ha descritto una routine totalmente assorbita dalla dimensione digitale. Apriva Instagram ancora prima di alzarsi dal letto, inseguendo un flusso continuo di notifiche e riconoscimenti visivi che si ripetevano centinaia di volte quotidianamente. YouTube amplificava ulteriormente questa dinamica attraverso il meccanismo dell'autoplay, che avviava automaticamente un nuovo video al termine di quello precedente, creando una catena ininterrotta di stimoli addictive. Il tempo dedicato alle relazioni familiari si è progressivamente ridotto, lasciando spazio a uno isolamento crescente. I risultati scolastici hanno subito un deterioramento parallelo.
Alla base di questa dipendenza c'era un meccanismo psicologico ben preciso, quello che gli esperti chiamano Fomo, acronimo di Fear of Missing Out: la paura di essere esclusa, di perdere qualcosa di importante se non presente costantemente online. Kaley ha riferito ai magistrati di sentire questa pressione come ineludibile, una sorta di obbligo invisibile che la costringeva a rinunciare ad altri interessi, a evitare relazioni autentiche al di fuori dello schermo e a sottomettersi costantemente al confronto con l'immagine degli altri utenti. Le conseguenze hanno investito anche la sua autopercezione e l'immagine di sé.
Questa sentenza rappresenta un momento significativo nella discussione sulla progettazione delle piattaforme digitali e sulla loro responsabilità nel contesto della salute mentale, soprattutto tra i minori e i giovani adulti. I ricorsi legali di questo tipo stanno moltiplicandosi a livello internazionale, sollevando questioni fondamentali sul ruolo degli algoritmi nel determinare i comportamenti degli utenti e sull'obbligo di implementare sistemi di protezione più robusti.