Uno dei giudici della Corte di Cassazione ha scatenato una bufera nelle ore immediatamente successive all'esito del referendum che ha sancito la vittoria del No. Francesco Agnino, dal suo ruolo di rilievo nel massimo organo giurisdizionale italiano, ha affidato a un post sui social network un messaggio particolarmente aggressivo rivolto ai colleghi che avevano invece sostenuto il fronte del sì. Nel suo intervento, Agnino invitava esplicitamente avvocati e magistrati schierati per la riforma ad "abbandonare la toga", sostenendo che il loro operato rappresentasse un imbarazzo per la corretta applicazione del diritto e della lingua italiana. Il tono dell'intervento evocava anche una volontà di "togliersi qualche sassolino dalle scarpe", un'espressione che ha sollevato più di una preoccupazione circa le implicazioni sottintese.
Il contenuto del post è stato rimosso in tempi brevi dalla piattaforma, ma il danno reputazionale era ormai fatto. Di fronte alle reazioni critiche, Agnino è stato costretto a intervenire pubblicamente con una dichiarazione in cui riconosceva di aver fatto ricorso a "un linguaggio non appropriato", imputando l'accaduto al clima di elevata tensione che aveva caratterizzato il dibattito referendario nei mesi precedenti. Pur scusandosi, il magistrato ha ribadito di non aver inteso mancare di rispetto alla categoria forense nel suo complesso.
L'episodio non è isolato nel panorama della magistratura italiana contemporanea. Nei mesi precedenti al voto erano emerse altre manifestazioni di posizionamento politico da parte di togati, comprese sfilate che hanno visto magistrati intonare canzoni simboliche, la creazione di cori organizzati contro esponenti della magistratura che avevano optato per il sì, e campagne mirate contro specifici colleghi, tra cui la giudice Annalisa Imparato e Bernadette Nicotra del Consiglio superiore della magistratura.
Ciò che desta maggior preoccupazione è la questione relativa alla responsabilità per tali comportamenti. Come nota l'analisi critica dell'accaduto, un magistrato investito della funzione di vigilare sulla corretta interpretazione e applicazione del diritto dovrebbe stare ancor più lontano da manifestazioni di pregiudizio ideologico e da dinamiche di natura conflittuale. Il quesito che emerge è duplice: chi possiede l'autorità per sottoporre a valutazione disciplinare un comportamento siffatto, e soprattutto, questo controllo verterà effettivamente luogo?
La questione affonda le radici in una riflessione più ampia sulla terzietà e l'imparzialità che deve caratterizzare chi esercita funzioni giurisdizionali. Mentre la cittadinanza e i vertici istituzionali osservano, resta aperto il dibattito sulla capacità dell'ordine giudiziario di autoregolamentarsi e garantire che i propri membri mantengano uno standard di neutralità indispensabile per la credibilità del sistema.