Mercoledì 26 marzo il Parlamento europeo ha votato il proprio orientamento sul regolamento che disciplinerà i rimpatri dei migranti irregolari. Un passaggio cruciale che fissa i paletti della maggioranza dei deputati su questioni come i tempi delle espulsioni, la detenzione amministrativa, i cosiddetti "hub di ritorno" al di fuori dell'Unione e i criteri per trasferire persone verso Stati non comunitari. Ma attenzione: questo voto non cambia nulla nella pratica, almeno per ora.
Ciò che accade da oggi in poi è il vero braccio di ferro. Il Parlamento, il Consiglio (che rappresenta i governi dei 27 Stati membri) e la Commissione europea dovranno sedersi ai cosiddetti "triloghi", i negoziati informali dove si cerca di limare articolo per articolo un testo condiviso. Le posizioni di partenza sono già abbastanza vicine: sia i governi che la maggioranza parlamentare vogliono procedure più veloci e un ricorso più esteso alla custodia cautelare. Lo scontro vero riguarderà le garanzie procedurali per i migranti, i controlli dei tribunali e i limiti all'esternalizzazione dei rimpatri verso paesi terzi.
Se i negoziatori raggiungeranno un compromesso, il testo tornerà in aula per il voto finale dell'Europarlamento e in Consiglio per l'approvazione formale. Solo allora il regolamento verrà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Ma anche dopo la pubblicazione, non entrerà immediatamente in vigore: sono previsti periodi di transizione che solitamente vanno da alcuni mesi fino a due anni. Tradotto: qualunque novità concreta arriverà non prima del 2027 o addirittura più tardi.
Finché il nuovo quadro normativo non sarà operativo, sui migranti già presenti in Europa continuano a valere le regole attuali, basate sulla direttiva rimpatri del 2008 e sulle leggi nazionali di ciascuno Stato. Allo stesso modo, quei "centri di ritorno" situati fuori dai confini dell'Unione di cui si parla nella proposta non possono ancora essere istituiti: serviranno l'approvazione definitiva del regolamento e accordi concreti con i singoli paesi terzi, che dovranno garantire il rispetto del principio di non-respingimento e degli standard internazionali sui diritti umani.
Uno dei nodi centrali della riforma riguarda la definizione di "paese di ritorno". La proposta intende allargare il concetto oltre allo Stato di origine: anche altre nazioni terze con cui l'Ue o i singoli Stati abbiano sottoscritto accordi potranno diventare destinazioni legittime per i rimpatri. Questa apertura apre scenari più ampi, ma anche maggiori complicazioni sulla fronte dei diritti e della cooperazione internazionale. I negoziati nei prossimi mesi determineranno fino a che punto questa strada potrà essere percorsa senza violare le convenzioni internazionali.