Il governo cinese sta valutando una mossa storica nel settore finanziario: permettere agli investitori privati di acquisire quote azionarie più consistenti nelle banche commerciali nazionali. La decisione, discussa a gennaio dalle autorità di vigilanza bancaria con i vertici degli istituti, rappresenta un cambio radicale rispetto alla politica finora adottata, dove lo Stato manteneva saldamente il controllo del sistema creditizio.

Fino ad ora, Pechino aveva applicato una logica apertamente socialista nel settore bancario: nessun singolo azionista poteva dettare la linea all'interno di un istituto. Le normative, introdotte circa dieci anni fa in risposta al crollo del gruppo assicurativo Anbang e al fallimento di Baoshang Bank, limitavano gli investitori privati al massimo a una partecipazione di controllo in un solo istituto, oppure a quote di maggioranza in non più di due banche. Ora queste restrizioni potrebbero saltare, almeno per gli azionisti ritenuti affidabili dalle autorità di regolamentazione finanziaria.

La spinta verso questa liberalizzazione arriva dalla situazione critica del settore: le banche cinesi soffrono da anni di crescita asfittica, gravate inoltre dalla bolla immobiliare che ha sconvolto l'economia nazionale. Con bilanci appesantiti e attivi compromessi, gli istituti hanno urgente bisogno di ricapitalizzazione. L'apertura ai privati consentirebbe loro di attrarre nuovi fondi senza ricorrere esclusivamente ai finanziamenti pubblici, alleggerendo la pressione sui conti dello Stato. Il settore bancario cinese rappresenta un mercato da 70 trilioni di dollari, troppo importante per essere lasciato al collasso.

Qualora il piano venisse approvato, gli investitori privati dovrebbero comunque ottenere il benestare della National Financial Regulatory Administration prima di aumentare le loro quote. L'ente valuterebbe caso per caso la solidità dell'azionista e l'effettiva necessità di capitale dell'istituto di credito. Questo significa che lo Stato non rinuncia completamente al controllo, ma lo esercita in modo più selettivo e pragmatico.

La mossa rappresenta un ripiegamento tattico per Pechino: da una parte riconosce il fallimento del modello statalista nel garantire stabilità finanziaria, dall'altra apre spazi al libero mercato per risolvere i problemi creati dalla recessione economica. Un compromesso tra l'ideologia comunista ufficiale e la realtà di un paese integrato nell'economia globale, dove il capitale privato rimane fondamentale per la prosperità.