Le biotecnologie hanno smesso di essere una questione relegata ai soli ambiti della sanità e della ricerca. Oggi rappresentano il nuovo fulcro della rivalità geopolitica mondiale, collocandosi al crocevia tra scoperta tecnologica rivoluzionaria, protezione dei confini nazionali e solidità economico-industriale. Se il Novecento ha consacrato la fisica e l'informatica come discipline dominanti, il nuovo secolo si prepara a essere governato dalla biologia modificata e controllata dall'uomo.
Questa trasformazione comporta un cambio radicale nelle regole del gioco. Fino a poco tempo fa, il settore biotecnologico rispondeva prevalentemente alle forze del mercato finanziario e alle logiche della proprietà intellettuale privata. Tale scenario sta subendo una rotazione fondamentale: il concetto di autonomia strategica ha elevato farmaci innovativi, analisi del genoma e impianti biologici artificiali al rango di risorse critiche per la sopravvivenza dello Stato. Non si tratta soltanto del rischio di dipendenza dalle reti di distribuzione globali, come drammaticamente emerso durante la pandemia: la vera posta in gioco riguarda il possesso dei dati genetici e l'accesso a tecnologie con doppio utilizzo civile-militare. Sistemi come il Crispr o la sintesi biologica possono trasformare radicalmente la medicina contemporanea, ma portano con sé anche implicazioni critiche in termini di biosicurezza e capacità difensive che gli Stati non possono più affidare completamente ai privati.
Osservando il panorama internazionale emergono modelli contrapposti. Washington mantiene il suo primato mondiale grazie a un robusto apparato di investitori in startup innovative e al supporto decennale di strutture governative come la Darpa. Il fronte asiatico, guidato da Pechino, ha invece inaugurato una sinergia pubblico-privata senza precedenti: la Cina ha inserito le biotecnologie tra i pilastri strategici del programma "Made in China 2025", considerandole alla stregua dell'intelligenza artificiale in termini di importanza per la sicurezza nazionale.
L'Unione europea si trova di fronte a un crocevia decisivo. Il continente può vantare centri di eccellenza accademica di primissimo livello, ma rimane afflitto da una dispersione dei capitali disponibili e da vincoli normativi spesso percepiti come ostacoli al progresso tecnologico. La strada che l'Ue deve percorrere è quella di costruire una strategia industriale unificata capace non di rappresentare semplice difesa commerciale, bensì di generare campioni europei in grado di competere su scala mondiale.
Per quanto concerne l'Italia, il settore biotecnologico costituisce una risorsa strategica per la crescita economica, con un peso già significativo sul prodotto interno lordo nazionale. Tuttavia, la salvaguardia di questi asset strategici richiede decisioni coraggiose: dall'aggiornamento della normativa sul Golden power, cioè il potere dello Stato di controllare investimenti stranieri sensibili, fino alla costruzione di filiere integrate e a una chiara definizione delle tecnologie che vanno considerate critiche per la difesa e l'indipendenza nazionale. Senza questi interventi, il rischio concreto è quello di ritrovarsi come spettatori di una competizione nella quale avremmo potuto giocare un ruolo da protagonisti.