Un nuovo studio del prestigioso Istituto Gino Germani accende i riflettori su una strategia poco discussa ma estremamente sofisticata: l'utilizzo sistematico dell'antisemitismo come leva di influenza politica e psicologica nelle campagne di destabilizzazione rivolte ai Paesi occidentali. Il fenomeno non rappresenta meramente un retaggio storico, bensì uno strumento deliberatamente impiegato dalle strutture di potere russe per alimentare disinformazione, polarizzare le società democratiche e erodere la fiducia nelle istituzioni.
Lo studio, condotto da Massimiliano Di Pasquale ricercatore associato dell'istituto e direttore dell'Osservatorio Ucraina, traccia un percorso storico che abbraccia la Russia zarista, il periodo sovietico e l'attuale gestione putiniana del potere. Il filo conduttore è la riciclaggio di narrazioni complottiste arcaiche, rinnovate e diffuse attraverso i canali della guerra cognitiva moderna. Al centro dell'analisi figurano le cosiddette "misure attive" (aktivnye meropriyatiya), sofisticate tecniche messe a punto dai servizi segreti sovietici e in particolare dal Kgb. Questi metodi includono operazioni di disinformazione coordinata, reclutamento di agenti d'influenza, propaganda strutturata e finanziamento di movimenti radicali con l'obiettivo di destabilizzare i nemici geopolitici.
Secondo la ricerca, queste pratiche si inseriscono oggi all'interno di una strategia ben più ampia denominata guerra non-lineare, che non mira tanto a prevalere sul piano strettamente militare quanto a indebolire l'avversario dall'interno. L'obiettivo dichiarato è minare la coesione sociale, amplificare le fratture identitarie e corrodere sistematicamente la credibilità delle istituzioni democratiche. A sostegno di questo disegno operano diversi livelli interconnessi: dalle dichiarazioni ufficiali del Cremlino ai canali mediatici statali come RT e Sputnik, fino a una fitta rete di siti web presentati come indipendenti e influencer locali strategicamente posizionati per amplificare determinate narrazioni all'interno delle società target.
L'analisi identifica anche le fondamenta ideologiche del sistema politico russo contemporaneo. Di Pasquale impiega il termine "ruscismo" (rashizm) per descrivere una weltanschauung composita che fonde nazionalismo russo, rimpianto dell'epoca sovietica, ambizioni di restaurazione imperiale e una componente di messianismo di matrice ortodossa. Proprio in questo contesto ideologico trovano terreno fertile elementi antisemiti che riemergono costantemente all'interno della propaganda e delle costruzioni narrative complottiste veicolate dalle autorità russe.
Un caso emblematico analizzato nel report riguarda la retorica della "denazificazione" dell'Ucraina, utilizzata dal Cremlino come pretesto legittimante per l'invasione del paese. Questa narrativa, oltre a contenere distorsioni storiche evidenti, incorpora frequentemente stilemi e riferimenti che evocano stereotipi antiebraici e teorie del complotto, dimostrando come la Russia continui a ricorrere all'antisemitismo come elemento funzionale alle proprie strategie di controllo narrativo e manipolazione dell'opinione pubblica occidentale.