L'Italia continua a crescere a ritmo stagnante, confermando un trend che perdura da oltre due decenni. Nel 2025 il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,5%, proseguendo il cammino discendente iniziato nel 2023 quando la crescita raggiungeva lo 0,9%. Si tratta di numeri che testimoniano un'economia asfittica, ben lontana dai ritmi europei. Da quando è stato introdotto l'euro, la media annuale di crescita italiana si ferma a circa lo 0,4%: un dato che rende difficile attribuire la responsabilità a un singolo governo o ministro.
Le statistiche dell'Istat, commentate anche dalle analisi della Banca d'Italia, dipingono il quadro di una nazione strutturalmente fragile. Il governatore dell'istituto centrale di credito, Fabio Panetta, in occasione del 32esimo Congresso Assiom Forex a Venezia, ha riconosciuto che l'Italia ha compiuto progressi meritevoli di attenzione, ma ha ribadito un concetto fondamentale: questi miglioramenti non bastano a eliminare i deficit accumulati negli anni né a garantire una crescita solida e duratura. E senza espansione economica, qualsiasi prospettiva di sviluppo futuro rimane compromessa.
Il quadro dei conti pubblici aggrava ulteriormente la situazione. Nel 2025 il rapporto deficit-pil si è attestato al 3,1%, mantenendo aperta la procedura di infrazione europea. La pressione fiscale raggiunge il 43,1% del prodotto interno lordo, un incremento di 0,7 punti che posiziona l'Italia ai vertici negativi della classifica continentale, con un carico medio superiore di due punti rispetto alla media europea. Contemporaneamente, la spesa destinata al pagamento degli interessi sul debito pubblico tocca il 3,9% del pil, con un aumento dell'1,9%, mentre il debito complessivo sale a 137,1%, crescendo di 2,4 punti rispetto all'anno precedente.
La situazione crea un dilemma politico e strategico di rilievo. Restando il deficit al 3,1%, l'Italia rimane soggetta alle restrizioni del Patto di stabilità europeo, perdendo la possibilità di utilizzare agevolazioni previste per la spesa difensiva. Questo significa che il Paese potrebbe utilizzare solo 1,5 miliardi dei 68,7 miliardi consentiti dalle nuove regole per rinforzare la difesa nei prossimi tre anni. In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche, questa limitazione rappresenta un handicap significativo che potrebbe costringere l'esecutivo a comprimere ulteriormente fondi destinati ai servizi sociali per far fronte agli impegni di sicurezza.
Le radici del problema affondano in deficit strutturali consolidati: produttività stagnante, finanza pubblica sotto pressione cronica e un patrimonio di risorse sottoutilizzato. Secondo le analisi riprese nei giorni scorsi, la situazione poteva essere prevenuta intervenendo sui fattori di crescita economica reale. Senza una ripresa tangibile dell'espansione del pil, le prospettive per i prossimi anni restano incerte, con il rischio concreto che un Paese formalmente ricco sul piano patrimoniale continui il proprio lento declino relativo nel contesto europeo.