Il commercio internazionale di armi attraversa un momento di straordinaria vivacità senza precedenti dall'epoca della Guerra fredda. A certificarlo è il rapporto appena pubblicato dallo Stockholm International Peace Research Institute, che registra una crescita complessiva del 9,2% nei trasferimenti globali di armamenti pesanti nel periodo 2021-2025 rispetto al quinquennio precedente. Si tratta dell'incremento più significativo degli ultimi quindici anni, fenomeno quasi interamente concentrato in un'unica regione: l'Europa.

Il continente europeo ha trasformato radicalmente il proprio ruolo nel sistema di approvvigionamento militare mondiale. Le importazioni sono cresciute di oltre il triplo rispetto ai cinque anni precedenti, permettendo all'Europa di superare tradizionali potenze importatrici come l'Asia e il Medioriente. Oggi il continente assorbe il 33% dell'intero commercio globale di armi, dato impressionante se confrontato con il 12% registrato nel quinquennio 2016-2020. Il conflitto in Ucraina rappresenta il catalizzatore principale di questa trasformazione: il paese rimane il maggiore importatore planetario nel periodo considerato, con una quota del 9,7% di tutti i trasferimenti internazionali. Tuttavia, la guerra ha innescato un processo più ampio: molte nazioni hanno accelerato programmi di acquisizione già avviati dopo il 2022, trasformando esigenze immediate in strategie strutturali di difesa.

Fra i paesi aderenti all'alleanza atlantica europei, il segnale è ancora più marcato: le importazioni sono aumentate del 143%. La Polonia guida questa tendenza, seguita da altri Stati dell'Europa centro-orientale che hanno sistematicamente incrementato i propri budget per l'armamento. Il fenomeno riflette una percezione diffusa di minaccia geopolitica e una determinazione politica trasversale alle diverse capitali del continente, unite dalla volontà di colmare decenni di finanziamenti insufficienti nel settore della difesa.

È in questo contesto che l'Italia compie un balzo senza precedenti recenti. Le proprie esportazioni di equipaggiamenti militari hanno registrato un aumento del 157% rispetto al quinquennio precedente, consentendo al paese di risalire dalla decima alla sesta posizione nella classifica mondiale degli esportatori. Un risultato frutto di una capacità industriale consolidatasi proprio nel momento di massima espansione della domanda globale. Le forniture italiane sono però orientate prevalentemente verso altre direzioni geografiche: il 59% raggiunge i mercati mediorientali. Nel complesso, l'Unione europea nel suo insieme ha ampliato le esportazioni del 36%, un ritmo di crescita superiore sia agli Stati Uniti che hanno segnato il 27% che alla Cina ferma all'11%. Le forniture europee rappresentano attualmente il 28% del commercio globale di armamenti.

Sul versante degli acquisti, l'Europa rimane fortemente dipendente dal principale alleato transatlantico. Gli Stati Uniti coprono il 48% della domanda europea di armamenti, quota trainata dalla massiccia sottoscrizione di 466 caccia da combattimento F-35 da parte di dodici paesi europei. Questo dato fotografa simultaneamente l'intensità del processo di riarmo in corso e la profondità dell'interdipendenza militare all'interno dell'alleanza occidentale.