A una decina di giorni dall'inizio delle ostilità, la situazione rimane intricata e difficile da prevedere. Il regime di Teheran non accenna a crollare e mantiene la capacità di colpire, resistere e guadagnare tempo prezioso. Intanto, le stime sulla durata del conflitto circolate dalla Casa Bianca – secondo cui potrebbe concludersi in circa quattro settimane – cominciano già a sembrare eccessivamente ottimistiche. L'analista strategico Luciano Bozzo avverte che la realtà potrebbe essere ben diversa dalle previsioni iniziali.
La storia insegna che i piani militari raramente sopravvivono al contatto con la realtà del campo di battaglia. Il feldmaresciallo prussiano Helmuth von Moltke aveva già codificato questo principio nel XIX secolo, e gli ultimi decenni lo hanno confermato ripetutamente. L'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 ne è l'esempio più evidente: quello che Putin aveva concepito come una rapida operazione si è trasformato in una guerra di logoramento durata anni, con costi umani e materiali enormi. Le dinamiche che emergono dal conflitto in corso in Iran potrebbero seguire un copione analogo.
Secondo le analisi disponibili, la coalizione che comprende Israele e gli Stati Uniti non è monolitica negli obiettivi. Per Israele, lo scontro rappresenta una battaglia cruciale in un confronto decennale con l'Iran, percepito come una minaccia esistenziale soprattutto dopo gli eventi del 7 ottobre. Anche il regime iraniano vede il conflitto come questione di sopravvivenza politica. Washington, invece, persegue il mutamento degli equilibri regionali a proprio vantaggio, ma con un coinvolgimento emotivo e strategico inferiore. Trump, noto per il suo pragmatismo, potrebbe accontentarsi di un risultato presentabile anche se parziale, mantenendo la possibilità di ritirarsi qualora lo scenario militare diventasse sfavorevole o troppo rischioso.
Dal punto di vista tattico, l'Iran deve concentrarsi su due obiettivi interconnessi: resistere il più a lungo possibile e infliggere alle forze nemiche il massimo delle perdite. La speranza di Teheran è che il prolungarsi del conflitto provochi divisioni nella coalizione avversaria e attiri pressioni internazionali per negoziati. Questo spiega perché il regime continua a rispondere agli attacchi anzichè arrendersi, mantenendo viva la minaccia e la capacità di colpire.
La vera incognita riguarda come si evolveranno le dinamiche nel tempo. A differenza di conflitti precedenti dove una potenza tentava di conquistare territorio o rovesciare un governo, quello attuale presenta complessità maggiori. La geografia, le alleanze regionali, l'intervento di attori esterni e la determinazione di tutti i belligeranti creano uno scenario dove il raggiungimento di un obiettivo definito risulta incredibilmente difficile. Gli analisti concordano nel ritenere che le quattro settimane stimate dalla Casa Bianca rappresentino uno scenario migliore dal quale, con ogni probabilità, la realtà si discosterà significativamente.