Almeno 46 detenuti che avevano partecipato alle storiche proteste contro il governo di Cuba nel luglio 2021 hanno perso la vita dietro le sbarre dell'isola caraibica. Secondo quanto riportato da una rete internazionale di organizzazioni umanitarie, la causa dei decessi sarebbe attribuibile al rifiuto o al ritardo deliberato nel fornire le cure mediche necessarie. I dati sono stati presentati durante un'audizione della Commissione interamericana per i diritti umani, tenutasi a Città del Guatemala.
Le manifestazioni del 11 luglio 2021 avevano rappresentato un momento senza precedenti nella storia della rivoluzione cubana: migliaia di persone erano scese in piazza per protestare contro le politiche governative, generando un'ondata di repressione che aveva causato almeno una morte, decine di feriti e centinaia di arresti. A distanza di più di tre anni, la tragedia continua: tra gennaio e i primi giorni di febbraio 2025, ben 46 di quei prigionieri politici hanno perso la vita per cause mediche evitabili.
Camila Rodríguez, responsabile dell'organizzazione Justicia 11J specializzata nella tutela dei diritti umani, ha dichiarato durante l'audizione che finora nessuna inchiesta indipendente è stata avviata sulle circostanze di questi decessi e che nessun funzionario penitenziario è stato chiamato a rispondere delle proprie responsabilità. Un silenzio istituzionale che sottolinea l'assoluta mancanza di accountability nel sistema carcerario dell'isola.
Amnesty International ha colto l'occasione per ampliare lo sguardo sulla situazione generale della detenzione a Cuba. Secondo Cristhian Jiménez, rappresentante dell'organizzazione internazionale, il carcere nel paese rappresenta un meccanismo sistematico di persecuzione contro chiunque osi esercitare diritti fondamentali come la libertà di espressione, il diritto di riunirsi pacificamente, la libertà di associazione e il diritto di protestare. Una pratica che viola apertamente i principi delle convenzioni internazionali sui diritti umani.