Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha lanciato accuse molto gravi dal Parlamento Europeo, denunciando una presunta trama orchestrata da settori del clero locale in collusione con potenze straniere. Secondo il leader di Yerevan, alcuni ecclesiastici avrebbero tradito i principi spirituali e si sarebbero lasciati infiltrare da agenzie di intelligence estere, compromettendo così la loro indipendenza decisionale.
Nella sua allocuzione all'assemblea di Strasburgo, Pashinyan ha dipinto uno scenario inquietante: questi membri del clero avrebbero preso il controllo di movimenti politici bellicosi operanti nel Paese e sarebbero riusciti a radunare intorno a sé una coalizione eterogenea composta da ex vertici della Repubblica, personaggi legati a loro, e oligarchi di nazionalità russa. L'obiettivo dichiarato, sempre secondo le parole del premier, sarebbe quello di sacrificare l'indipendenza armena sull'altare degli interessi di potenze terze.
Pashinyan ha rimarcato come il suo governo intenda erigere una barriera invalicabile contro scenari conflittuali futuri. Ha infatti affermato con fermezza che l'Armenia non consentirebbe l'apertura di nuovi fronti bellici né permette che il territorio diventi teatro di guerre ulteriori. Queste dichiarazioni si iscrivono in un contesto di profonda instabilità geopolitica nel Caucaso, dove le relazioni tra Yerevan e Mosca rimangono estremamente delicate nonostante i legami storici.
Le accuse rappresentano un ulteriore capitolo nella complessa dinamica interna armena, caratterizzata da forti divisioni su come condurre le relazioni esterne e gestire la sicurezza nazionale. La denuncia dell'interferenza straniera, in particolare quella di servizi segreti con radici nel periodo sovietico, evidenzia quanto la questione della sovranità rimanga centrale nel dibattito politico del Paese.