Nelle ultime settimane il governo italiano ha dovuto fare i conti con crescenti dubbi sulla posizione del paese nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. A chiarire la linea ufficiale di Roma sono stati il ministro della Difesa Guido Crosetto e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuti in parlamento rispettivamente il 5 e l'11 marzo.

Secondo le dichiarazioni dell'esecutivo, l'Italia rimane fuori dalla guerra. Crosetto ha esplicitamente affermato che il paese non è stato consultato nella decisione di Washington e Tel Aviv di avviare le operazioni militari contro l'Iran, né ha condiviso tale scelta. Il ministro ha anche sottolineato come il conflitto si ponga al di fuori dei vincoli del diritto internazionale. Parallela a questa posizione politica è stata la conferma che i contingenti militari italiani dislocati in Libano e nei paesi del Golfo rimangono coordinati con gli alleati europei per garantire la sicurezza delle rotte commerciali e la stabilità della regione.

Sulla questione delle infrastrutture militari americane presenti sul suolo italiano, Crosetto ha fornito rassicurazioni specifiche. Secondo il ministro, Washington non ha avanzato alcuna richiesta di utilizzo diverso da quanto previsto negli accordi bilaterali. Le basi vengono utilizzate esclusivamente per operazioni Nato, attività addestramentali e supporto logistico di carattere non bellico. Se in futuro dovessero arrivare richieste fuori da questo perimetro, ha promesso Crosetto, esse passeranno sotto il vaglio del parlamento. La premier Meloni ha ribadito identica versione cinque giorni dopo, respingendo le critiche pubbliche giunte da vari ambienti.

Ma la narrazione governativa incontra una crescente contestazione da parte della società civile e del mondo dell'informazione. Giornalisti e attivisti denunciano un'intensa operatività nei mezzi militari presso la base americana di Sigonella, in Sicilia, attività che secondo loro potrebbe collegare direttamente il territorio italiano ai bombardamenti in corso in Medio Oriente. Questa divergenza tra la versione ufficiale e le testimonianze sul campo crea un'ombra di dubbio sulla completa trasparenza dell'esecutivo, alimentando un dibattito pubblico ancora tutt'altro che concluso.