Lo stretto di Hormuz, via di passaggio per quasi un quarto delle forniture energetiche globali, è diventato il fulcro di una strategia iraniana che affonda le radici in una dottrina elaborata già due decenni fa. Nel 2006, la guida suprema Ali Khamenei aveva teorizzato un blocco totale del canale come risposta a eventuali aggressioni americane o dei loro alleati. Oggi quella teoria si trasforma in realtà concreta, con conseguenze che riverbereranno ben oltre il Medio Oriente.

Dal 11 marzo, la marina iraniana ha colpito tre ulteriori navi cisterna, portando il bilancio totale a quattordici dal principio delle ostilità. Ma non serve nemmeno una campagna sistematica: pochi attacchi mirati, uniti a voci non confermate sulla presenza di mine nelle acque dello stretto, hanno provocato un'impennata dei premi assicurativi e costretto gli armatori a bloccare i loro convogli. La conseguenza è drammatica: circa quattrocento navi cargo e petrolifere rimangono ferme su entrambi i lati dello stretto, in uno stato di paralisi dovuto all'impossibilità di garantire il transito in sicurezza.

Gli Stati Uniti, pur disponendo di una considerevole flotta nella regione, hanno declinato la responsabilità di scortare le imbarcazioni commerciali attraverso il passaggio critico. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso un'iniziativa europea per ripristinare la sicurezza, prendendo a modello le operazioni nel Mar Rosso contro i ribelli Houthi yemeniti. Tuttavia, come precisato dallo stesso Macron nei giorni scorsi, le condizioni attuali non permettono ancora di avviare alcuna operazione concreta. Il conflitto in corso rappresenta un ostacolo insormontabile: qualsiasi intervento europeo comporterebbe il rischio concreto di coinvolgere navi francesi o italiane sotto il fuoco nemico, scenario che l'Europa intende evitare a ogni costo.

La strategia iraniana sfrutta una vulnerabilità strutturale del sistema commerciale globale: bastano pochi incidenti ben orchestrati per paralizzare le rotte e generare una crisi di fiducia tra gli armatori. Il risultato è un'interruzione dei flussi energetici proprio nel momento in cui la domanda internazionale rimane elevata, con inevitabili ripercussioni sui prezzi e sulla stabilità economica mondiale. Esperti e analisti ritengono che la crisi continuerà per settimane, fintantoché le tensioni militari nella regione non daranno segni concreti di attenuazione.