Un provvedimento legislativo destinato a scuotere gli equilibri sociali in Cina è stato approvato dall'Assemblea nazionale del popolo lo scorso 12 marzo. La nuova legge sulla cosiddetta "unità etnica" introduce il mandarino come lingua comune vincolante all'interno del sistema scolastico, nella amministrazione pubblica e negli spazi civili. Secondo quanto comunicato dalle autorità di Pechino, la misura punta a consolidare la coesione nazionale e contrastare fenomeni di terrorismo, separatismo etnico ed estremismo religioso.
Il provvedimento rappresenta un cambio di rotta radicale rispetto al recente passato. Durante l'era di Deng Xiaoping, che governò tra il 1978 e il 1989, le comunità minoritarie godevano del diritto legittimo di utilizzare i propri idiomi tradizionali. Yalkun Uluyol, studioso di questioni cinesi presso Human Rights Watch, ha sottolineato proprio questa discontinuità, definendo la nuova normativa come un «cambiamento radicale» rispetto a quel precedente quadro istituzionale.
Nel suo complesso, il territorio cinese ospita ufficialmente 55 distinti gruppi etnici, ciascuno con proprie lingue e dialetti caratteristici. L'etnia han rappresenta la componente demografica preponderante, contando oltre il 90 per cento della popolazione totale. Tuttavia, aree geografiche sensibili come il Tibet e la Mongolia Interna rimangono caratterizzate da rilevanti insediamenti di minoranze. Proprio in questi territori Pechino aveva già implementato, negli anni precedenti, l'imposizione progressiva della lingua mandarino nei contesti educativi.
La nuova legge estende questa pratica su scala nazionale e con carattere vincolante. Le istituzioni scolastiche di ogni livello saranno tenute a utilizzare il mandarino quale lingua di insegnamento principale. Al completamento del ciclo di istruzione obbligatoria, tutti i cittadini cinesi dovranno dimostrare una competenza minima della lingua nazionale. Il testo legislativo, notoriamente, non contempla menzioni specifiche di altre lingue locali o minoritarie.
L'impatto previsto è particolarmente critico per comunità come gli uiguri, i tibetani e i mongoli, i cui idiomi rischiano di essere progressivamente emarginati dal panorama educativo e amministrativo. Erika Nguyen, portavoce dell'organizzazione americana Pen America dedicata alla libertà di espressione, ha avanzato un'interpretazione severa della misura, affermando che «l'intento reale della norma consiste nell'interrompere il collegamento emotivo dei giovani generazioni con la propria identità culturale, il proprio patrimonio storico e le proprie tradizioni». Gli esperti temono inoltre che l'imposizione della competenza mandarina quale requisito per l'accesso alle carriere professionali e alla partecipazione civile ridurrà drasticamente le prospettive occupazionali delle minoranze etniche sul territorio nazionale.