Acceso dibattito nel mondo dell'arte italiana intorno all'autenticità di una scultura conservata nella basilica di Sant'Agnese fuori le mura. A riaprire la questione è una studiosa che, dopo quasi un decennio di ricerche, sostiene di avere le prove documentali per attribuire il busto del Salvatore direttamente a Michelangelo Buonarroti. La sua risposta arriva dopo le obiezioni sollevate dal critico Vittorio Sgarbi, affermato esperto di storia dell'arte.

Secondo la ricercatrice, il fondamento della sua tesi non risiede nell'analisi stilistica, bensì nella ricostruzione storica attraverso fonti archivistiche di primaria importanza. Ha individuato tre documenti inediti custoditi presso l'Archivio di Stato di Roma e l'Archivio Apostolico Vaticano: atti notarili, testamenti, visite ufficiali, epistolari e testimonianze coeve che costruirebbero una catena attributiva solida dal punto di vista documentale. Questi materiali, sottolinea la studiosa, provengono da istituzioni pubbliche di eccellenza e risultano cronologicamente vicini alla creazione dell'opera, elemento decisivo per valutarne l'affidabilità.

La scoperta più sensazionale riguarda l'identificazione di una stanza segreta, protetta da un complesso sistema di chiavi multiple, dove gli allievi del maestro rinascimentale avrebbero occultato beni di straordinario valore. Emerge inoltre che Michelangelo, dal 1550 fino alla morte nel 1564, era membro di una confraternita segreta finora completamente sconosciuta agli storici. Attorno a lui si muovevano personaggi che ne gestirono l'eredità e che vengono oggi nominati per la prima volta grazie a questi ritrovamenti d'archivio.

Le implicazioni di questi dati sono profonde: la biografia ufficiale di Michelangelo, tramandata fino a oggi, dovrebbe essere completamente rivista. Non si tratta soltanto del ritrovamento di un'opera supposta perduta, ma della riscrittura della storia personale e artistica del genio toscano. L'attribuzione del busto risalirebbe almeno al 1776, come documentato dalle fonti storiche rinvenute. Inoltre sono state individuate copie della scultura, inclusa una conservata presso l'Accademia Tadini di Lovere in provincia di Bergamo.

La ricercatrice invita al confronto critico basato su queste nuove informazioni, confermando che è già in preparazione un incontro pubblico dove verranno presentati nel dettaglio i materiali. L'intento è quello di trasformare la storia dell'arte in un dialogo vivace e dinamico, capace di illuminare nuovi aspetti di un Rinascimento che continua a rivelare i suoi segreti attraverso la forza incontrovertibile dei documenti storici.