Il 17 marzo 1976 se ne andava Luchino Visconti, uno dei giganti indiscussi della cinematografia e della drammaturgia italiana del Novecento. A mezzo secolo dalla sua morte, la memoria del regista rimane vivida grazie alle testimonianze di chi lo ha frequentato da vicino. Tra questi, Caterina D'Amico, figlia della sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico, che collaborò a lungo con il maestro e conserva ricordi di straordinaria intensità sulla sua personalità.
Secondo il racconto della D'Amico, Visconti possedeva un'aura di seduzione quasi sovrumana. Quando entrava in una sala gremita, tutte le attenzioni convergevamo istintivamente verso di lui. Chi apparteneva al suo circolo intimo veniva ironicamente definito tra gli "alluchinati", un termine che sottolinea il potere quasi ipnotico della sua presenza. Lo stesso Franco Zeffirelli paragonfò l'esperienza di avvicinarsi a Visconti a quella di varcare le porte dell'Olimpo. Anche figure dell'Olimpo artistico come Michelangelo Antonioni rimasero profondamente colpiti dal suo modo di osservare il mondo, dall'atteggiamento di chi considerasse la realtà circostante quasi una sua proprietà personale.
Non meno affascinante è la questione della consapevolezza viscontiana della propria supremazia. Secondo gli aneddoti riportati dalla figlia di Cecchi D'Amico, il regista non esitava a far valere la propria autorità in situazioni anche banali. Una volta, all'ingresso della Scala, venne fermato da un custode che non lo riconosceva. Visconti si adirò profondamente, ricevendo come risposta una considerazione ironica sulla mortalità umana. La sua reazione: "Lei morirà. Io no". Tali episodi rivelano un personaggio convinto della propria centralità nel mondo dell'arte e della cultura.
La leggenda intorno allo stile di vita del regista, caratterizzato da uno sfarzo sfrenato, è parzialmente alimentata dal suo press agent Lucherini, ma contiene un nucleo di verità indiscutibile. Visconti viveva circondato dal lusso: dalla biancheria fine ai fiori freschi provenienti da Sanremo, dalle tappezzerie originali alle conviviali sontuose. Durante un pranzo a Ischia nella calura agostana, non rinunciava a servire cinque portate. Per il film "Le notti bianche", che aveva immaginato come un piccolo progetto, ricostruì un intero quartiere di Livorno negli studi di Cinecittà, mentre per creare l'atmosfera nebbiosa rinunciò ai convenzionali fumogeni a favore di kilometri di costosissimo tulle.
Tale magnificenza non sfuggì a critici e contemporanei. Tennessee Williams lo bollò come "comunista da boutique", mentre Salvador Dalì osservò ironicamente che Visconti "faceva il compagno ma mangiava in piatti d'oro". La D'Amico, tuttavia, sottolinea una differenza fondamentale: lo sfarzo di Visconti era il frutto legittimo del suo lavoro geniale, non un'eredità aristocratica. Era il prezzo del genio, non un privilegio acquisito.