Il conflitto in corso con l'Iran sta scuotendo le fondamenta del progetto di trasformazione finanziaria degli Emirati Arabi Uniti. Nelle ultime settimane, i maggiori istituti di credito internazionali hanno deciso di adottare misure straordinarie per proteggere il proprio personale: Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup hanno autorizzato i propri dipendenti negli Emirati a operare in remoto dal territorio nazionale, mentre la prestigiosa società di consulenza McKinsey è arrivata a noleggiare voli speciali per trasferire il personale in Turchia. Questi provvedimenti sono stati adottati nel contesto dell'escalation di attacchi aerei, in particolare dopo il 10 marzo, quando droni iraniani hanno colpito la raffineria di Ruwais ad Abu Dhabi, causando un incendio che ha portato l'azienda petrolifera emiratina Adnoc a sospendere temporaneamente le operazioni.
L'impatto del conflitto però va ben oltre il settore energetico. Gli Emirati hanno costruito negli ultimi decenni una strategia ambiziosa volta a posizionarsi come centro finanziario globale di rilievo, in diretta competizione con le piazze tradizionali. Questo piano si poggia su fondamenta solidissime: tre giganteschi fondi sovrani gestiscono complessivamente oltre duemila miliardi di dollari nel solo distretto finanziario di Abu Dhabi, una massa di capitale paragonabile al prodotto interno lordo combinato di Svizzera e Paesi Bassi. L'Abu Dhabi Investment Authority controlla mille miliardi di dollari, mentre Mubadala e Adq amministrano rispettivamente 330 e 263 miliardi.
Attraverso questi strumenti finanziari, Abu Dhabi ha diversificato massicciamente l'economia nazionale, destinando i profitti del petrolio in investimenti in ogni angolo del pianeta. La Mgx ha immesso cento miliardi di dollari nel settore dell'intelligenza artificiale, la Xrg gestisce 151 miliardi nel comparto energetico, mentre Lunate, con circa 115 miliardi sotto controllo, è riuscita a acquisire partecipazioni significative in colossi quotati a Wall Street e in realtà promettenti come OpenAi. Questa strategia ha attratto i principali operatori mondiali della finanza: leader come Larry Fink, chief executive della BlackRock, uno dei maggiori fondi d'investimento globali, frequentano regolarmente Abu Dhabi.
Ora questo equilibrio è minacciato. La risposta iraniana al conflitto non mira soltanto agli Emirati, ma intende coinvolgere l'intera regione mediorientale al fine di esercitare pressione sugli Stati Uniti. Se la situazione dovesse ulteriormente deteriorarsi, gli effetti potrebbero essere devastanti per il consolidamento del ruolo finanziario internazionale che Abu Dhabi si è faticosamente costruita. L'incertezza geopolitica rappresenta esattamente quello che i centri finanziari temono di più: volatilità, rischio percepito e instabilità. Proprio il fattore su cui gli Emirati hanno puntato maggiormente per attrarre capitali esteri era la loro posizione di stabilità relativa nel Golfo Persico, ora seriamente compromessa.