A una settimana dal referendum sulla riforma della giustizia, il clima del dibattito pubblico si è progressivamente deteriorato. Se da un lato era prevedibile che la campagna referendaria avrebbe visto toni più vivaci, quello che stiamo osservando è il frequente ricorso a linguaggio offensivo e generalizzazioni senza fondamento scientifico. In questa settimana particolarmente tumultuosa, abbiamo assistito a esternazioni che poco hanno a che fare con una discussione costruttiva sui meriti della riforma.

Tra gli esponenti del fronte contrario al referendum spicca Tomaso Montanari, rettore dell'Università per Stranieri di Siena, che in un evento pubblico ha contrapposto i Costituenti storici come Teresa Mattei e Piero Calamandrei ai membri dell'attuale governo, definendo quest'ultimi "banditi". L'affermazione, priva di argomentazioni tecniche sulla riforma stessa, si riduce a un epiteto offensivo rivolto a Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Ignazio La Russa e Francesco Lollobrigida. Un approccio che, lungi dall'approfondire le ragioni tecniche della posizione del No, contribuisce solo a polarizzare ulteriormente il dibattito.

Altrettanto problematiche sono state le dichiarazioni di Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli. Il magistrato ha prima avanzato l'affermazione che "indagati e imputati voteranno sì", per poi tentare di accreditare Sal Da Vinci, vincitore del Festival di Sanremo, tra gli oppositori della riforma, pur sapendo che l'artista non ha mai espresso posizioni ufficiali sulla questione. Quando interpellato al riguardo, Gratteri ha sostenuto di aver scherzato, ma successivamente ha lanciato un monito nei confronti delle testate giornalistiche che lo hanno criticato, minacciando azioni legali per "lesione d'immagine".

Similmente critica è stata la posizione del magistrato Nino Di Matteo, che ha sostenuto che "massoni, architetti del sistema corruttivo e mafiosi" voteranno sì. Affermazioni di questo tipo, prive di evidenze concrete, contribuiscono a trasformare un confronto razionale su una questione istituzionale in uno scontro ideologico basato su pregiudizi.

Ciò che desta maggiore preoccupazione è il fatto che figure di rilievo istituzionale e accademico ricorrano a linguaggio bellicoso e categorizzazioni sommarie piuttosto che illustrare le ragioni tecniche dietro le loro scelte. Un referendum sulla riforma della giustizia meriterebbe una discussione che affronti nel merito i pro e i contro dei cambiamenti proposti, non una serie di attacchi personali ai decisori politici. MediaLives News ribadisce l'importanza di un confronto civile sui temi di sostanza, specialmente quando in gioco ci sono questioni fondamentali per l'ordinamento dello Stato.