Reza Pahlavi, erede della dinastia regnante fino al 1979, torna a fare notizia con un messaggio diffuso sui social media in cui chiama i connazionali a una mobilitazione immediata. Nel video, il sessantacinquenne principe invita la popolazione a garantirsi beni essenziali, a restare al riparo e a proseguire gli scioperi, lanciando contemporaneamente un ultimatum alle forze armate affinché abbandonino il regime e si schierino dalla parte del popolo. Il tono del messaggio suggerisce una escalation della lotta politica in Iran, in un momento di accresciuta tensione interna.

A dare credibilità alle ambizioni di Pahlavi arriva una notizia significativa dal Khuzestan, la provincia sud-occidentale del Paese a maggioranza araba. Secondo fonti locali, diverse tribù della regione avrebbero dichiarato lealtà al principe, riconoscendolo come figura capace di guidare una possibile fase di transizione qualora il sistema teocratico dovesse crollare. Giorni prima, lo stesso Pahlavi aveva lanciato un appello diretto alle varie comunità etniche dell'Iran via social media, enfatizzando l'unità nazionale e prendendo esplicitamente le distanze da qualsiasi agenda separatista.

La popolarità del principe è effettivamente cresciuta in seguito alla durezza con cui il regime ha represso le manifestazioni di massa della scorsa primavera. Tuttavia, il consenso internazionale rimane frammentato. Il presidente statunitense Donald Trump ha espresso perplessità pubbliche, dichiarando di non essere pienamente convinto: secondo quanto da lui riferito, Pahlavi gli sembra "una persona simpatica, ma sarebbe più appropriato qualcuno che provenga dall'interno del Paese". Una posizione che riflette i calcoli geopolitici complessi degli Stati Uniti verso l'Iran.

A sostenere fermamente le capacità organizzative del principe è Saeed Ghasseminejad, suo consigliere e direttore dell'Iran Prosperity Project, una struttura coordinata dalla National Union for Democracy in Iran con base a Washington. Ghasseminejad sostiene che Pahlavi sia l'unico leader capace di mobilitare davvero la popolazione, affermando la sua capacità di portare milioni di persone in piazza quando e dove lui decida. Una valutazione che però non trova riscontro nelle analisi del Financial Times, secondo cui non esistono ancora prove concrete del successo effettivo dei suoi sforzi organizzativi.

Vivendo in un sobborgo tranquillo della zona di Washington, Pahlavi costruisce la sua narrazione intorno all'idea di riconciliazione nazionale piuttosto che di restaurazione monarchica. Si muove con discrezione nella comunità locale, frequenta caffè con sua moglie Yasmine senza apparati di sicurezza visibili, e proietta l'immagine di un uomo accessibile piuttosto che quella di un sovrano esiliato. Il suo programma teorico include il ricorso a referendum per coinvolgere la popolazione, l'istituzione di un'assemblea costituente e lo svolgimento di elezioni libere, con l'obiettivo dichiarato di garantire libertà civili, parità di genere e il diritto per gli iraniani di autodeterminarsi circa il proprio sistema di governo.