A tre settimane dall'inizio delle ostilità, la situazione nel Medio Oriente continua a deteriorarsi con una nuova ondata di attacchi che coinvolge múltipli paesi della regione. Nella notte tra ieri e oggi, missili iraniani hanno centrato una struttura diplomatica statunitense ubicata nelle vicinanze dell'aeroporto di Baghdad, segnando un'ulteriore escalation delle tensioni già elevatissime tra Teheran e Washington. L'episodio rappresenta un'azione diretta contro gli interessi americani nel territorio iracheno e dimostra la determinazione dell'Iran nel proseguire le operazioni militari.
Gli attacchi non si limitano però all'Iraq. Negli Emirati Arabi Uniti, una petroliera è stata colpita da un proiettile di provenienza ancora non identificata, mentre nella notte si sono registrate almeno tre forti esplosioni a Dubai, dopo che in precedenza era scattato l'allarme per possibili lanci di missili. Anche il Qatar ha attivato nuovamente i protocolli di sicurezza, poiché forti rumori assimilabili a boati sono stati avvertiti a Doha. Dall'altra parte del conflitto, Israele continua le sue operazioni aeree con raid effettuati in territorio libanese.
Mentre i combattimenti proseguono su più fronti, il regime iraniano sta rafforzando il controllo interno per scongiurare possibili sollevamenti popolari. Secondo quanto riferito dal capo della polizia iraniana Ahmad-Reza Radan al Wall Street Journal, le autorità hanno intensificato significativamente la repressione, dando vita a una campagna di arresti su larga scala. Almeno 500 persone sono state fermate dalle forze dell'ordine dall'inizio delle operazioni militari, con accuse che spaziano dalla collaborazione con media esteri al sostegno dichiarato a forze nemiche dello Stato.
La campagna repressiva include anche minacce esplicite di utilizzo della forza letale contro manifestanti e dissidenti. Questo doppio fronte - militare all'esterno e di controllo interno - rivela le preoccupazioni del governo di Teheran circa la possibilità di sommosse interne che potrebbero indebolire la coesione nazionale in un momento di confronto diretto con potenze straniere. Le strategie di controllo della popolazione suggeriscono che le élite al potere temono che il proseguimento del conflitto possa alimentare malcontento tra i cittadini iraniani.