Una battaglia legale che dura da tre anni sta per raggiungere un punto di svolta cruciale nei tribunali kenioti. La comunità rastafariana del Paese africano attende con trepidazione la sentenza dell'Alta Corte di Nairobi prevista per il prossimo 15 luglio, che dovrà stabilire se la marijuana utilizzata a fini contemplativi e spirituali possa trovare una protezione legale sotto l'ombrello della libertà religiosa.
Il caso, sollevato per la prima volta nel 2021, rappresenta una questione tutt'altro che marginale per i seguaci del movimento rastafariano keniano, che si caratterizzano per una visione del mondo improntata alla spiritualità mistica, a scelte alimentari rigorosamente vegetariane e a una prospettiva panafricanista. La loro richiesta è quella di poter praticare liberamente i propri rituali religiosi, che includono l'uso sacramentale della cannabis, senza incorrere in violazioni delle normative antidroga vigenti nel Paese.
Il contesto giuridico in cui si colloca questa controversia è particolarmente intricato. Il Kenya si trova di fronte a una contraddizione normativa significativa: da un lato vige una legislazione molto severa sul possesso e l'utilizzo di sostanze stupefacenti, dall'altro la Costituzione nazionale sancisce il diritto fondamentale alla libertà di espressione religiosa e al libero esercizio delle proprie convinzioni spirituali. Questa tensione normativa sarà al centro della valutazione che i giudici dovranno condurre nelle prossime settimane.
La sentenza della Corte avrà implicazioni che vanno ben oltre il singolo caso. Una decisione favorevole ai rastafari potrebbe aprire un precedente significativo nel panorama legale africano, riconoscendo il diritto delle minoranze religiose di praticare i propri riti anche quando entrano in conflitto con le leggi sulla droga. Contemporaneamente, una sentenza restrittiva confermerebbe il primato assoluto della normativa antidroga sulla tutela religiosa, chiudendo le porte a eventuali eccezioni.