Erano le prime ore del 10 luglio 1976 quando un malfunzionamento all'interno dello stabilimento Icmesa di Meda, in provincia di Monza e della Brianza, causò una delle più gravi catastrofi ambientali italiane. Una massiccia quantità di tccd, una diossina tra le più letali in assoluto, si disperse in atmosfera formando una nube che investì i comuni limitrofi, colpendo in particolare Seveso. Le conseguenze furono devastanti: migliaia di animali perirono o dovettero essere abbattuti, quasi duecento persone contrassero la cloracne, una malattia cutanea gravissima, mentre ottocento residenti furono evacuati e più di duecentomila sottoposti a controlli medici prolungati. A peggiorare la situazione contribuì anche la comunicazione tardiva della gravità dell'accaduto da parte dell'azienda e delle istituzioni, generando paura diffusa e profonda perdita di fiducia nella comunità.

A quasi mezzo secolo di distanza da quel tragico evento, il fotografo Mattia Marzorati ha collaborato al progetto Sottobosco, un'iniziativa pensata per riesaminare la vicenda e ripercorrere come sia stata narrata, conservata nella memoria collettiva e reinterpretata nel corso degli anni. Il suo lavoro si inserisce nel contesto della realizzazione del Museo Bosco delle querce, una struttura permanente voluta dal Comune di Seveso e finanziata dalla Regione Lombardia. Lo studio creativo Sfelab, specializzato in progettazioni museali innovative, ha curato la realizzazione dello spazio.

La denominazione del museo rimanda al Bosco delle querce, una vasta area verde realizzata tra il 1983 e il 1984 proprio dove la contaminazione da diossina era stata più intensa. Dopo il disastro, la popolazione locale si mobilitò fermamente contro un progetto di incenerimento dei materiali inquinati. Dalla resistenza civica emerse una soluzione all'epoca rivoluzionaria: costruire due enormi contenitori per i rifiuti tossici e sigillarli ricreando sopra un ecosistema boschivo. Questa scelta rappresentò un rifiuto consapevole della semplice eliminazione a favore di una riconciliazione con il territorio.

"L'obiettivo principale è trasformare il museo in una piattaforma per la ricerca e la conoscenza approfondita, non in un luogo che pretenda di fornire conclusioni univoche", spiega Marzorati riguardo il concetto alla base dell'allestimento. Per questo motivo il percorso espositivo rispecchia la molteplicità di posizioni che hanno attraversato il tessuto sociale locale nei decenni successivi. Tematiche come l'interruzione terapeutica della gravidanza, la bonifica ambientale, le responsabilità delle aziende produttrici e gli effetti sulla salute pubblica rimangono tuttora oggetto di dibattiti diversificati e interpretazioni contrastanti.

Marzorati ha avuto il compito di disegnare l'itinerario museale, selezionare materiali d'archivio significativi e documentare fotograficamente i siti legati alla tragedia. Prima di iniziare le riprese, ha dedicato quattro mesi allo studio approfondito di testi, articoli, contenuti podcast e ai dialoghi con esperti locali e ricercatori accademici per costruire una narrazione il più possibile consapevole e articolata dei fatti.