La Bosnia-Erzegovina non sta facendo abbastanza per difendere e valorizzare le lingue delle minoranze. È il verdetto che emerge dal rapporto più recente degli esperti del Consiglio d'Europa, organo preposto a vigilare sull'applicazione della Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, entrata in vigore nei Balcani nel 2011.

Secondo il documento, nonostante riconosca alcuni passi avanti—tra cui il lavoro su un nuovo progetto di legge sui diritti delle minoranze nazionali—lo Stato bosniaco mostra numerose carenze strutturali. La Carta protegge attualmente quindici lingue: albanese, ceco, tedesco, ungherese, italiano, ladino, polacco, romani, rumeno, ruteno, slovacco, sloveno, turco, ucraino e yiddish.

Il problema più evidente riguarda l'istruzione. La stragrande maggioranza di queste lingue rimane assente dai programmi scolastici pubblici, mentre persistono ostacoli concreti come la mancanza di materiali didattici adeguati e di insegnanti preparati. Un vuoto educativo che compromette la trasmissione generazionale di questi patrimoni linguistici.

Ma le criticità non si limitano alla scuola. Gli esperti di Strasburgo evidenziano come l'uso di queste lingue sia praticamente inesistente negli uffici amministrativi, nei procedimenti giudiziali, nella comunicazione con le autorità pubbliche e nei servizi offerti dallo Stato. Assente anche dalle trasmissioni delle emittenti radiotelevisive pubbliche, dove non trovano praticamente spazio.

Un rapporto che fotografa lo scollamento tra le norme sulla carta e la loro concreta applicazione sul territorio. Alla Bosnia viene chiesto di passare dalle parole ai fatti, implementando strategie coordinate e risolutive per garantire una vera tutela a chi parla queste lingue minoritarie.