Un'altra tragedia ha colpito le acque del Mediterraneo al largo di Lampedusa, con un bambino disperso nel naufragio. L'episodio ha riacceso il dibattito politico italiano sulla gestione dell'immigrazione e sulla responsabilità delle istituzioni. Vittorio Feltri, direttore di lungo corso della stampa italiana, interviene sulla questione evidenziando come la strumentalizzazione di queste tragedie sia diventata un meccanismo prevedibile della discussione pubblica.
In una risposta alla lettrice Rita Isotta, che metteva in discussione l'automatico addebito di responsabilità al governo di turno, Feltri riconosce innanzitutto il carattere indiscutibilmente drammatico di ogni morte in mare, ancor più quando coinvolge minori. Tuttavia, il giornalista critica duramente quello che definisce un copione ormai stantio: ogni naufragio viene immediatamente attribuito, da sinistra e dalle organizzazioni non governative, all'indirizzo politico della maggioranza governativa, specialmente se di orientamento conservatore. Tale dinamica, sostiene, rappresenta una forma di disonestà intellettuale che distoglie l'attenzione dalle vere cause del fenomeno.
Secondo Feltri, i dati storici parlano chiaro: negli ultimi due decenni, le morti nel Mediterraneo hanno interessato periodi di governo tanto progressisti quanto conservatori. La variabile politica dell'esecutivo italiano non risulta essere il fattore determinante nella frequenza di questi drammi umanitari. A differenza di quanto sostenuto dalla narrazione politicizzata dominante, le radici reali delle tragedie risiedono altrove: nei trafficanti senza scrupoli che gestiscono rotte clandestine e nella decisione di coloro che, disperati o attratti da promesse di migliore fortuna, si affidano a imbarcazioni precarie e sovraffollate.
Un aspetto che Feltri sottolinea con particolare enfasi è che molte partenze avvengono da contesti geografici non direttamente interessati da conflitti armati. La Tunisia, ad esempio, è ufficialmente classificata come Paese sicuro: coloro che vi si trovano, pur provenendo da zone di guerra, sono già al riparo dalle minacce immediate alla vita. Il rischio concreto sorge solo quando decidono di imbarcarsi su quelle fatiscenti imbarcazioni. Tale considerazione non intende negare il dramma delle migrazioni forzate, bensì ricondurre il dibattito a una valutazione più complessa e meno manichea della questione.
La posizione di Feltri invita a superare le semplificazioni politiche che caratterizzano la discussione contemporanea, proponendo invece un'analisi che consideri la molteplicità di attori e responsabilità coinvolti: dai governi internazionali alle organizzazioni criminali, dalle politiche migratorie alle strategie di soccorso e prevenzione. Solo attraverso una visione complessiva, sostiene, è possibile affrontare efficacemente un fenomeno che continuerà a ripetersi finché persisteranno le condizioni che lo alimentano.